Il problema dell’ultima bevuta è capire quando è davvero l’ultima. Quando smette di essere un rito, una scusa, un modo per tirare avanti, e diventa invece il momento esatto in cui capisci che qualcosa nella tua vita si è rotto definitivamente. In Le città di pianura aleggia continuamente l’idea che “non ci sarà una prossima volta”. Ogni ultima bevuta sembra davvero poter essere l’ultima, anche se poi i personaggi continuano ostinatamente a rimandare la fine. È tutto lì dentro il film di Francesco Sossai, che ieri sera ha conquistato i David di Donatello trasformandosi nel caso cinematografico italiano dell’anno. E non stiamo parlando del solito film italiano “importante”. Non è cinema civile, non è nostalgia, non è neppure il classico racconto generazionale depresso che ormai sembra obbligatorio per vincere premi. È una sborada. Ma nel senso veneto più autentico e malinconico possibile. Una deriva alcolica, esistenziale, umanissima, che attraversa un Veneto nascosto, incivile, degradato. Non quello delle cartoline o delle ville palladiane, ma quello dei capannoni mangiati dalla ruggine, dei kebab aperti h24, dei bar con le slot machine, delle provinciali illuminate male e dei paesini che sembrano costruiti senza alcuna idea di bellezza. Un Veneto devastato da un capitalismo che ha riempito tutto senza lasciare niente. Ed è proprio dentro questo paesaggio quasi post-sovietico che Sossai trova una forma stranissima di poesia.
Perché Le città di pianura è anche un film sulle bellezze sopravvissute. Quelle che resistono in mezzo allo squallore. Come la Tomba Brion di Carlo Scarpa, capolavoro assoluto dell’architettura moderna piantato nel nulla della provincia trevigiana, circondato da strade anonime, villette tristi e zone industriali. È un’immagine perfetta del film: la grazia che resiste dentro il degrado. La possibilità che qualcosa di sublime continui a esistere anche dove sembra impossibile. Sossai prende due relitti magnifici come Carlobianchi e Doriano, interpretati da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla, e li trasforma in personaggi che sembrano usciti contemporaneamente da Jim Jarmusch, dal miglior cinema americano anni Settanta e dalle canzoni più disperate di Vasco Brondi. Romano è straordinario perché riesce a essere tragico e comico nello stesso istante: ha la faccia di uno che ha perso tutto ma continua comunque a raccontarsela davanti a un bicchiere. Capovilla invece sembra un profeta ubriaco scappato da una ballata post-industriale del Nordest. Ogni battuta sembra improvvisata, sputata fuori tra rabbia e poesia. Con loro c’è Francesco Scotti, ed è forse la sorpresa più bella del film. Non fa il giovane attore “bravo” da cinema italiano contemporaneo, tutto sottrazione e manierismo. Ha invece qualcosa di nervoso, fragile, autentico. Entra nel film quasi in punta di piedi e finisce per diventare il centro emotivo della storia: il ragazzo che guarda questi cinquantenni falliti con un misto di fascinazione, paura e tenerezza, come se stesse osservando il proprio futuro andare a pezzi in diretta.
Ed è qui che Le città di pianura diventa qualcosa di raro: un film italiano che non prova a sembrare internazionale. È radicalmente locale. Radicalmente veneto. Si sentono le nebbie, i distributori chiusi alle tre di notte, i dialetti spezzati, le luci fredde delle provinciali, il vuoto enorme di certe periferie italiane che sembrano ormai paesaggi mentali prima ancora che geografici. Dentro tutto questo degrado c’è però una dolcezza devastante. Perché il film parla soprattutto di uomini fuori tempo massimo. Cinquantenni che non hanno concluso nulla, ventenni che non riescono nemmeno a immaginarsi un futuro, persone che stanno ai margini della vita ma continuano comunque a cercare un senso dentro una notte che sembra non finire mai. E allora quell’idea, che forse non ci sarà davvero una prossima volta, smette di parlare soltanto dell’alcol. Diventa qualcosa di più grande: la paura di aver finito le occasioni, di essere arrivati troppo tardi, di vivere in un Paese dove tutti sembrano aspettare qualcosa che non succederà mai. La cosa incredibile è che Sossai riesce a raccontare tutto questo senza trasformarlo in sociologia da festival. Non spiega mai troppo. Non giudica. Osserva. Lascia respirare i silenzi, i primi piani, le facce distrutte, i dialoghi che sembrano improvvisati e invece hanno un ritmo perfetto. Ed è probabilmente per questo che ai David ha trionfato davvero. Perché Le città di pianura ricorda una cosa che il cinema italiano sembrava avere dimenticato: si può ancora fare poesia partendo dai relitti umani, dalle province devastate e da gente che continua a bere perché non sa più cos’altro fare. Una sborada, appunto. Ma nel senso più dolceamaro possibile. E disperatamente poetico.