Non è esatto dire che si sta discutendo molto delle nuove Indicazioni Nazionali per la letteratura, sarebbe meglio dire che se ne sta parlando il giusto e superfluamente. La motivazione, in ogni caso, è stata ospitata dal Post, che fa firmare un articolo a uno dei colpevoli della “riforma” che permetterà ai docenti di spostare l’insegnamento e la lettura de I promessi sposi dal secondo al quarto anno di scuole superiori. La nota di merito è indubbiamente sintetizzata all’inizio del secondo paragrafo, quando Claudio Giunta scrive: “Siamo stati concreti e propositivi”. Le nuove Indicazioni Nazionali aggiustano il noiosissimo schema di insegnamento riproposto a tutte le generazioni di studenti, invitando i docenti a concentrarsi sui testi e meno sulla vita o la data di pubblicazione di un’opera. Si leggano, poi, più libri, anche brevi, durante l’anno. Libri cartacei, possibilmente, scelti dai professori. Combattere, poi, la cattiva scrittura e il mal di scrivere, il blocco dello scrittore, chiedendo agli studenti uno sforzo in più nella scrittura. Infine si chieda al docente di insegnare ai suoi studenti la letteratura del secondo Novecento, così da evitare “salti irrazionali” da Montale e Ungaretti all’ultimo Premio Strega. In mezzo c’è vita, ma soprattutto letteratura, brulicante e incendiaria. I propositivi sono indubbiamente sani e l’approccio è chiaramente concreto. Dall’ultimo punto, tuttavia, deriva ciò di cui si sta parlando ora, e cioè posticipare la lettura di Manzoni e ridurre a due gli anni dedicati alla Divina Commedia. Anche Leopardi andrebbe letto senza eccessi di biografismo. È appunto questa spiacevole conseguenza che andrebbe criticata. La buona volontà degli esperti, la loro concretezza, finisce dove finiscono tutte le cose concrete, a confrontarsi con l’attrito e le altre leggi naturali. Non da ultima quella che impedisce a un corpo che si muove a una data velocità di non scontrarsi con un oggetto che agisce nella direzione opposta. La società non sembra un luogo pertinente al dibattito letterario né alla sua lingua. Davvero la presunta miglior preparazione degli studenti di quarto e quinto conta più dell’effetto di fuga dovuto alla vicinanza del ragazzo alla “vita da adulti”, e cioè alla vita fuori dalla scuola? In altre parole, siamo sicuri che un ragazzo del quarto sia più preparato a leggere Manzoni di un ragazzo del secondo? E siamo così convinti che il ragazzo che sente odore di modernità, degli autori del Novecento da studiare in classe, sia così predisposto mentalmente ed emotivamente a confrontarsi con I promessi sposi? A me sembra molto probabile il contrario, che più ci si allontana dalla fine del percorso di studi, più si resta intrappolati in quell’esperienza traumatica che è lo studio di ciò che percepiamo come distante. La complessità di Manzoni, peraltro, non è una difficoltà teoretica, filosofica, o concettuale. E dunque non è una difficoltà valicabile con qualche anno di scuola superiore. Al contrario, se la filosofia si può imparare crescendo, Manzoni può ancora essere un’esperienza da fare il prima possibile. Se fossero gli altri, e non i ragazzi, ad aver costruito intorno a Manzoni quel che crediamo sia inaffrontabile per uno studente del secondo anno? Se Manzoni fosse così grande da poter essere letto non in secondo, ma in primo? Se fosse più facile dell’aritmetica elementare, più immediato e urgente delle scienze della Terra? Se fosse più facile capire Manzoni dell’impero romano? Se fosse possibile, proprio perché letteratura, darsi appuntamento due volte con questo romanzo, il prima possibile e il più tardi possibile, fuori dalla scuola? Siamo forse meno concreti ma non meno propositivi di chi ha proposto le nuove Indicazioni Nazionali. Crediamo che il modo migliore per rendere Manzoni il meno manzoniano possibile, e toglierlo cioè a chi lo imbruttisce, sia sperare che qualcuno, per curiosità, scelta di leggerselo da adulto, magari solleticato da un ricordo da bambino, di un ramo, di due abbacchi, di tale Egidio, uno dei personaggi più cattivi di tutta l’opera? Crediamo, cioè, che Manzoni vada letto il prima possibile, quando la testa di un ragazzo non ha bisogno di comprendere per ricordare. Ha solo bisogno di farsi i ricordi e portarseli addosso fin quando non diventeranno cultura.
La benedizione
Smettiamola di imporre Manzoni agli studenti del secondo anno. Obblighiamoli a leggere “I promessi sposi” in primo!
Riccardo Canaletti
Manzoni non viene capito in secondo ma neanche in quarto. La pia speranza che I promessi sposi possano diventare una lettura sensata per dei ragazzi del 2026 non può essere il motivo per “imporre” ai ragazzi un romanzo dell’Ottocento. La verità? La letteratura segue due strade, quella della favola e quella della cultura. La prima può diventare possibile anche a scuola, la seconda solo raramente. Per questo dovremmo puntare a obbligare i ragazzi a leggere Manzoni il primo possibile invece che il più tardi possibile