Sono passati trent'anni, ma la storia della banda della Uno Bianca è ancora tutta da scrivere. A dirlo sono i pm che per primi hanno cercato di guardarci dentro: Lucia Musti, attuale procuratrice generale di Torino, e Giovanni Spinosa, magistrato in quiescenza ed ex presidente dei tribunali di Teramo e Ancona. In una lettera aperta pubblicata su La Stampa, i due che nel 1994 erano sostituti procuratori a Bologna parlano chiaro: ci furono depistaggi, le loro indagini vennero ostacolate, e la verità non è mai emersa del tutto.
La scintilla è l'intervista di Roberto Savi alla trasmissione Belve Crime, condotta da Francesca Fagnani. Per Musti e Spinosa quelle parole sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso: "L'intervista di Francesca Fagnani riporta alla luce un argomento che sembrava sepolto. Le parole di Roberto Savi sono parziali, reticenti e talvolta menzognere". Non solo: secondo i due magistrati, Savi starebbe lanciando messaggi a qualcuno. "Nel 1995 chiamarono in causa figure verosimilmente secondarie nella loro storia; oggi, come allora, possono essere messaggi all'esterno".
Non è una novità, spiegano. Già all'epoca i racconti dei fratelli Savi non convincevano del tutto: "Quando furono arrestati i fratelli Savi, che rivendicavano la responsabilità esclusiva delle azioni criminali, nutrivamo molti dubbi: nei loro racconti emergevano non poche incongruenze e a volte sembravano ispirati da ricostruzioni artefatte".
C'è poi il nodo della Falange Armata, la formazione che aveva anticipato e rivendicato alcuni dei delitti attribuiti alla banda, dall'omicidio all'armeria di Via Volturno fino al comunicato del 2 febbraio 1993, in cui si dichiarava pronta a infliggere alla Repubblica "il colpo definitivo". Per i due ex pm la strategia era chiara: diversificare e mimetizzare i delitti per renderne più difficile la lettura. Tant'è che la Corte d'Assise di Milano, valutando un delitto rivendicato dalla Falange Armata, richiamò le rivendicazioni "certamente false" di alcuni fatti di sangue poi attribuiti ai fratelli Savi.
C'è infine un capitolo che brucia ancora: il processo per la strage del Pilastro. Il 3 giugno 1995 la Corte d'assise di Bologna assolse gli imputati, ma nelle motivazioni aprì scenari inquietanti. Scrivono Musti e Spinosa: "La Corte riteneva plausibile che l'omicidio fosse maturato in un contesto di traffici illeciti, con un coinvolgimento dei Savi e un ruolo marginale degli imputati assolti. La sentenza evocava, inoltre, rapporti dei Savi con la camorra e adombrava la presenza di apparati alle loro spalle". Tutto rimasto senza risposta.
La conclusione della lettera è un atto d'accusa e insieme una speranza: "La Uno Bianca resta una delle vicende più oscure e dolorose della nostra storia recente. I depistaggi non sono mancati ma il più insidioso potrebbe essere quello che ha indotto a credere che il mito maledetto dei Savi bastasse a spiegare l'enigma dei delitti commessi con le loro armi. Confidiamo nel lavoro della Procura di Bologna". La Procura che dall'inizio del 2024 ha aperto una nuova indagine per cercare i complici dei Savi rimasti nell'ombra per trent'anni.