La vera notizia non è tanto che Francesca Fagnani abbia ospitato uno dei due killer della Uno Bianca, ovvero Roberto Savi. La vera notizia, poi, non è tanto quanto da lui dichiarato a proposito del proprietario dell’armeria di via Volturno a Bologna, Pietro Capolungo, ammazzato il 2 maggio del 1991 in quanto agente dei servizi particolari dei Carabinieri e testimone scomodo della “rete informativa” della Falange Armata a Bologna. Né tanto meno è importante la polemica sull’opportunità della conduttrice di Belve Crime di ospitare un assassino. La vera notizia è che questa intervista è stata pubblicata il 5 maggio, ovvero il giorno del compleanno della vittima. La Falange Armata non è stata scoperchiata come la P2, ma esiste ancora, come provato da un comunicato del 1994. Quanto dichiarato a Belve Crime da Savi, Capolungo sarebbe stato un uomo dei servizi particolari dei Carabinieri e, a suo dire, “volevano farlo fuori”, unico dettaglio in più rispetto a quanto già ipotizzato largamente in questi trentacinque anni, dalla storiografia alla magistratura. La rapina all’armeria sarebbe stata una banalissima scusa. Non è affatto una novità. E’ qualcosa che fa scalpore perché il pubblico mainstream a cui si rivolge la bravissima Fagnani, non ha idea di cosa sia la Falange Armata, ovvero quella misteriosa organizzazione di servizi deviati in strettissimo rapporto con la criminalità organizzata, da Cosa Nostra all’ndrangheta, che a partire dal comunicato sul depistaggio del “ritrovato” Memoriale di Aldo Moro in via Montenevoso a Milano, ha rivendicato – verosimilmente o meno – eccidi e stragi nell’onda lunga della Strategia della Tensione, strage di Capaci inclusa, e che lo storico Aldo Giannuli riconduce ad un servizio segreto occulto definito “Anello”. Il 4 maggio 1991 la misteriosa Falange Armata rivendica con un comunicato l’azione delittuosa che sarebbe stata commessa da Fabio Savi, fratello di Roberto, due giorni prima nell’armeria bolognese.
“L’azione messa in atto in Via Volturno […] fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione di evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei consolidati, feroci, predetti meccanismi dell’organizzazione”.
Secondo la versione di Roberto, lui, quel giorno faceva da palo a suo fratello Fabio. Se ne stava all’uscio dell’armeria. Il cliente abituale che entrò nel negozio poco prima dell’omicidio alle forze dell’ordine rese poi un identikit dell’assassino incompatibile con Fabio Savi, e messo a confronto con lui non ne riconobbe la fisionomia. Ma questo è un dettaglio. Perché quel comunicato del 4 maggio 1991 non era che l’ultimo anello di una lunga serie iniziata con quello del 23 aprile e del quale ne riprendeva i contenuti. Che una delle “smagliature” di cui si legge fosse proprio Pietro Capolungo è abbastanza certo. Una di quelle tante smagliature che a Bologna andavano eliminate in quanto scomodi testimoni delle “reti informative” dell’organizzazione. Di quale catena di “pizzini” invece, siamo immersi oggi? La versione ufficiale vuole che nel luglio del 1994 sarebbe partito l’ordine di sciogliere l’organizzazione e di “staccare la spina” alla Falange Armata, ma i fratelli Fabio e Roberto Savi, avrebbero continuato lo stesso. Ecco perché sarebbero stati scoperti e catturati. E’ dalla fine del 2017 che i fratelli Savi si trovano nello stesso carcere, dato che Fabio aveva chiesto e ottenuto il trasferimento dal carcere sardo di Uta (Cagliari) e ora si trova anche lui nella casa circondariale milanese di Bollate insieme a suo fratello Roberto. Entrambi condannati all’ergastolo per i delitti commessi tra 1987 e 1994, Fabio Savi da tempo domandava di poter scontare la sua pena in una struttura penitenziaria che permettesse di poter svolgere attività lavorative ed è per questo e per altre questioni costituzionali che è stato spostato a Bollate, come spiega bene Damiano Aliprandi su il Dubbio del 4 gennaio 2018. Ecco, appena 4 anni prima, il 24 febbraio 2014, la Falange Armata ritorna alla ribalta quando a Totò Riina viene recapitata una lettera nel carcere di Opera: “chiudi quella maledetta bocca, ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi”.
D’altronde, nel bollettino del 19 marzo 1994 era scritto che “ciascuno di noi non cesserà mai di essere operativo”. Cosa inquieta così tanto i falangisti per uscire allo scoperto vent’anni dopo? Che l’intervista rilasciata a Francesca Fagnani sia stata pubblicata il 5 maggio è certamente una coincidenza, ma capace di ricordare a tutta l’Italia che la Falange Armata è ancora operativa. D’altronde poco più di due settimane fa abbiamo assistito alla deflagrazione della nuova inchiesta romana sulla cosiddetta Squadra Fiore e sulle presunte malefatte dell’ex numero due del Dis, Giuseppe Del Deo. Un’inchiesta in corso da due anni da parte della Procura di Roma e derivante da uno dei filoni d’indagine delle toghe milanesi sulla mamma santissima di tutti gli scandali, ovvero quello legato alla società di dossieraggi di Enrico Pazzali, Equalize, di cui faceva parte anche l’ex agente segreto Carmine Gallo, deceduto (giuridicamente) per cause naturali – infarto fulminante – poco prima di essere audito come persona informata sui fatti a proposito dell’omicidio dell’educatore del ministero della Giustizia Umberto Mormile. Il primo omicidio, appunto, rivendicato con la sigla “Falange Armata”. L’obiettivo era quello di documentare le trattative nelle carceri tra boss della ‘ndrangheta, Domenico e Antonio Papalia in particolare, e agenti del Sisde (il servizio segreto civile prima della riforma Cossiga del 2007). Questi incontri, come spiegato da Fabrizio Gatti su Milano Today, secondo una sentenza irrevocabile del 2024, sarebbero il motivo dell’omicidio di Mormile.