Ma l'incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Pechino è andato così bene come dicono tutti? Davanti alle telecamere, in effetti, i due leader hanno messo in mostra numerosi segnali amichevoli, dai sorrisi alle strette di mano, e rilasciato dichiarazioni sulla necessità del dialogo. Basterebbe però dare un'occhiata più approfondita a Trump e Xi per capire che, mentre il primo è sembrato divertirsi quasi in maniera infantile nell'assistere al cerimoniale preparato dai cinesi, con sfilate e tappeti rossi a rendere il meeting ancora più solenne, il secondo è apparso decisamente più cupo. Non solo nell'aspetto, più tirato e riservato del fin troppo baldanzoso ospite, ma anche nei discorsi. Il leader cinese ha infatti aperto spiragli diplomatici, ha evidenziato l'esigenza di cooperare (cose dette e ridette da almeno una decina di anni) ma ha anche evocato lo spauracchio della Trappola di Tucidide. Che cos'è? Un concetto che numerosi analisti utilizzano per parlare del complicato rapporto tra Stati Uniti e Cina. Un concetto che, in estrema sintesi, sostiene che nel corso della storia è altissimo il rischio che una potenza egemone e una in ascesa possano finire coinvolte in una guerra. Washington e Pechino come Atene e Sparta? Forse, dipende da tanti fattori.
Nonostante Trump abbia riempito Xi di parole al miele, chiamandolo amico e grande leader, e dicendosi felice di avere un grande rapporto con lui, la sensazione è che il tycoon non abbia ancora capito con chi ha veramente a che fare. Già, perché l'affabulazione mista alla manipolazione messa in mostra da The Donald non servirà a far cambiare idea al presidentissimo cinese, ben saldo in carica e certo di avere a disposizione tutto il tempo del mondo (a differenza di Trump sul quale incombono scadenze elettorali e sondaggi). Ma soprattutto consapevole del traguardo da raggiungere: Taiwan. Alla Cina, infatti, non interessa un caz*o di aiutare gli Usa a risolvere la guerra in Iran, i cinesi non intendono minimamente “scendere in campo per fare pressione su Teheran”, come si augurano svariati opinionisti occidentali, né hanno bisogno di farsi “comprare” da BlackRock o Blackstone, i cui dirigenti figuravano tra gli accompagnatori di Trump. A Pechino non servono più gli investimenti di Musk nell'automotive o quelli di Tim Cook (Apple) sul fronte degli smartphone, semplicemente perché il Dragone ha messo la freccia e sorpassato gli americani sul fronte dell'hi-tech. Per attirare l'interesse di Xi bisogna pronunciare una sola parola: Taiwan, appunto.
A Xi non interessa nemmeno dividere il mondo in due blocchi, né di partecipare al G2 che Trump vorrebbe proporgli. Semmai è The Donald che sarebbe disposto a sacrificare i legami con l'Europa (o quel che resta, che è veramente poco) per cementare un'improbabile matrimonio a due con il Dragone. Peccato che i cinesi lavorino a tutt'altro, a un mondo multipolare, che è l'opposto del disegno a due pensato dall'inquilino della Casa Bianca. Se c'è un dossier che interessa a Xi, quel dossier riguarda Taiwan. Le agenzie spiegano che il presidente cinese ha invitato Trump a trattare la questione con “estrema cautela”, segnalando che se il dossier sarà gestito correttamente, i rapporti tra i due Paesi potranno mantenere una stabilità complessiva. Attenzione però, perché se l'affare “non sarà gestito correttamente, i due Paesi potrebbero scontrarsi o persino entrare in conflitto, spingendo l'intera relazione Cina-Stati uniti in una situazione molto pericolosa”. Xi vorrebbe una riduzione delle vendite di armi Usa a Taiwan. Per adesso l'amministrazione Trump ha bloccato la vendita a Taipei di un pacchetto di armi per 13 miliardi di dollari. Potrebbe non bastare perché la Cina rivuole la “sua” isola il più in fretta possibile. Soltanto a quel punto si potrà parlare di accordi, Iran e tanto altro.