Bei tempi quando i cinesi andavano matti per il pollo fritto di Kfc, per quella bevanda dolciastra e zuccherosa chiamata Kekou Kele, ossia la Coca-Cola, per le partite dell'Nba mandate in onda dalla Cctv, la televisione di Stato, mesi dopo che erano state giocate, e per le serie Man of Atlantis e Garrison's Gorillas. Negli anni '80, archiviata la stagione di Mao e inaugurata quella del riformista Deng Xiaoping, la Cina sembrava improvvisamente adorare qualsiasi cosa provenisse dagli Stati Uniti. Eppure, fino a pochi anni prima, gli americani erano gli “imperialisti” da combattere con ogni mezzo, i diavoli da tenere alla larga, i nemici da sconfiggere credendo nel socialismo. Dopo aver incontrato l'allora presidente statunitense Richard Nixon, nel 1972, il Grande Timoniere capì che, per salvare la Repubblica Popolare Cinese (Rpc) dall'abbraccio mortale dell'Unione Sovietica, avrebbe dovuto cambiare approccio. Dalla realpolitik agli effetti del soft power americano, il passo fu brevissimo. In breve, i cittadini d'oltre Muraglia (e sotto sotto pure il governo) si innamorarono della cultura pop d'oltre Oceano fino al 1989, anno della crisi di Tienanmen, quando l'amore iniziò a trasformarsi in una specie di matrimonio d'interesse. E poi? La Cina sarebbe cresciuta al punto da competere con gli Stati Uniti, e addirittura superarli in alcuni ambiti tecnologici, innescando così una profonda rivalità.
Tutto questo è raccontato alla perfezione ne “Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti”, l'ultimo libro scritto da Simone Pieranni e appena pubblicato da Mondadori. Parliamo di un saggio denso, corposo, approfondito, ma non per questo destinato soltanto agli addetti ai lavori. Il volume, come già lo era stato “2100”, è al contrario leggibile da chiunque, e chiunque può decifrare lo scontro Usa-Cina, oltre i luoghi comuni che si leggono sui media, sfogliando le sue pagine. Da quando, nel 2012, Xi Jinping è diventato presidente della Rpc, il “sogno americano”, quella specie di way of life a Stelle e Strisce fatta di capitalismo e individualismo, viene spazzato via dalla sua nemesi: il “sogno cinese” che premia invece il nazionalismo collettivo di chi lavora in silenzio per superare il maestro. Poveri illusi gli analisti, i giornalisti, i politici occidentali che pensavano di poter anestetizzare il Partito Comunista Cinese con un po' di cultura pop per poi scardinare l'ideologia socialista e rimuovere falci e martelli dai palazzi del potere di Pechino. Il Dragone ha fatto ben altro: quando ha capito che l'amore per gli Usa non poteva che trasformarsi in un matrimonio di interesse (pena: la dissoluzione del sistema politico “con caratteristiche cinesi”), il gigante asiatico ha studiato, imitato, assimilato ogni aspetto, ogni gesto, ogni concetto statunitense, e più in generale occidentale, per capire come fagocitarlo per implementare il proprio modello.
È nata così la Cina che conosciamo oggi. Una Cina che non ha più paura di nascondersi e che considera l'America come un rivale. Una Cina che ha inserito quello che le serviva del modello americano al centro del proprio sistema socialista, che ha alimentato il capitalismo di Stato scongiurando ogni apertura liberale, che ha studiato la mano invisibile di Adam Smith ma che preferisce oggi farsi guidare dai suoi ideologi, come Wang Huning, uno dei grandi registi del concerto diretto da Xi. È stato proprio Wang, da giovane, a viaggiare negli Usa e raccogliere le sue esperienze in un libro, America Against America, diventato un classico, nonché riprova di come gli Stati Uniti avessero smesso di essere la terra del progresso per diventare una specie di inferno in Terra. Pechino ha iniziato a criticare Washington per necessità, per legittimarsi, per rivalsa. Ha passato tanti anni a cercare se stessa riflessa nello specchio americano. Oggi la Cina vuole che siano gli Stati Uniti a trovare loro stessi nello specchio cinese. Sta andando proprio così...