Sanzioni sì, ma con il freno a mano inserito. Lunedì i ministri degli Esteri dell'Ue hanno raggiunto a Bruxelles un accordo politico per sanzionare i coloni israeliani che attaccano le comunità palestinesi in Cisgiordania. Una decisione tutt’altro che scontata. Le iniziative per arginare il governo israeliano e la sua tolleranza verso l’espansionismo dei coloni si erano infatti spesso arenate. A fine aprile, ad esempio, era mancata l’intesa per la sospensione del patto commerciale con Israele. Cosa è cambiato quindi? Innanzitutto, il governo ungherese. Il nuovo premier Peter Magyar è infatti finalmente entrato in carica a inizio maggio e, a differenza del suo predecessore Viktor Orban, sembra più interessato a piacere a Bruxelles che a Tel Aviv e Washington. Orban aveva infatti sempre bloccato le iniziative europee volte a mettere un freno alle politiche israeliane. Non che lato europeo si voglia rompere del tutto con Israele. Anzi, per cercare di indorare la pillola i ministri Ue hanno anche approvato delle sanzioni contro alcuni dirigenti di Hamas. Questa scelta ha però scatenato ulteriormente le furie del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa'ar che ha accusato l’Ue di “mettere sullo stesso piano cittadini israeliani con i terroristi di Hamas”.
Al netto delle dichiarazioni della giornata, le notizie che arrivano dalla riunione dei Ministri degli Affari Esteri sono interessanti. Dietro le sanzioni contro i coloni infatti c’è un intero cimitero di tutte quelle misure sul tema che i ministri non sono riusciti a prendere. “Le sanzioni limitate contro singoli coloni e organizzazioni di coloni non risolvono le violazioni sistematiche. Non si tratta di qualche mela marcia. I coloni illegali sono sostenuti da Israele e godono di impunità. Sono necessarie misure concrete per porre fine al genocidio perpetrato da Israele a Gaza, all’occupazione illegale e all’apartheid contro i palestinesi”, spiega a Mow Eve Geddie, direttirce dello European Institutions Office di Amnesty International. E gli strumenti, secondo Geddie, non mancano: “Come primo passo, l’UE deve adottare un divieto totale di scambi commerciali con gli insediamenti, che comprenda le importazioni e le esportazioni di beni e servizi da e verso gli insediamenti, nonché gli investimenti in essi. Ciò contribuirebbe ad allineare le proprie politiche commerciali al diritto internazionale e a porre fine al sostegno agli scambi commerciali con gli insediamenti illegali, che di fatto contribuiscono alla loro sostenibilità, in violazione del diritto internazionale. Le sanzioni dell’UE dovrebbero prendere di mira i funzionari israeliani maggiormente implicati in crimini ai sensi del diritto internazionale. Inoltre chiediamo da tempo la sospensione dell'accordo di associazione UE-Israele”.
Il punto però è che sul tema israeliano l’Ue rimane divisa. C’è chi come Spagna, Irlanda e Slovenia, spinge per un taglio più netto col governo Netanyahu e chi invece, come Germania e Italia è molto, molto più cauto. Già, l’Italia. Sul tema israeliano il nostro governo rincorre un equilibrismo sempre più difficile. La prova sono le dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani al termine dell’incontro coi suoi colleghi europei. Interrogato sulla proposta di sanzionare i ministri del governo israeliano che incitano alla violenza contro i palestinesi, Tajani ha risposto: "Oggi non se ne è parlato". Interrogazione rimandata. Nel frattempo Euronews riportava come siano proprio Italia e Germania a bloccare le nuove misure contro le azioni di Israele. Anche Amnesty International ha ben chiaro chi sia a bloccare l’Ue. “L'Italia, così come la Germania, svolge un ruolo centrale nel bloccare la sospensione dell'accordo commerciale dell'UE con Israele e nel proteggere Israele da conseguenze significative per i suoi crimini contro i palestinesi. Nel complesso sistema di voto tra gli Stati membri dell'UE, il sostegno di uno dei due Stati farebbe pendere l'ago della bilancia verso la maggioranza qualificata necessaria per la sospensione parziale dell'accordo”. Secondo Geddie, “la posizione del governo italiano è particolarmente contraddittoria e sempre più insostenibile. Pur avendo sospeso l’accordo di cooperazione in materia di difesa con Israele, continua a opporsi alla sospensione dell’accordo di associazione. Allo stesso modo, il sostegno recentemente annunciato alla limitazione delle importazioni provenienti dagli insediamenti illegali israeliani rimane una misura parziale, insufficiente a far fronte alla portata delle violazioni documentate e incapace di sostituire la sospensione dell’accordo”. Insomma un’Italia protagonista in Europa, ma nel rinvio e nel rimbalzo delle questioni. Mentre nel frattempo oltre un milione di europei hanno già firmato per chiedere all’Ue di sospendere il suo accordo commerciale con Israele. “E l’Italia è stata tra i paesi con i livelli di partecipazione più alti”, ricorda Geddie. Nascondersi è quindi sempre più difficile. Anche perché venuto meno Orban che bloccava tutto in nome della sua alleanza con Trump e Netanyahu ora diventa più dura per chi lo usava come paravento per non dover prendere decisioni spinose come quelle su Israele. Per Amnesty è il momento che l’Italia agisca. “Per questo, come Amnesty International abbiamo lanciato una campagna per chiedere a Giorgia Meloni e Friedrich Merz di smettere di avallare il genocidio, l’occupazione illegale e l’apartheid perpetrati da Israele”. Insomma per Tajani sarà difficile ripresentarsi davanti alle telecamere dopo il prossimo Consiglio UE e dire: “Ministri israeliani estremisti? Oggi non si portava educazione fisica?”.