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13 maggio 2026

Perdonaci, Bakari

  • di Lorenzo Monfredi Lorenzo Monfredi

13 maggio 2026

Una lettera densa e rabbiosa da Taranto. Per la città, per Bakari Sacko. Per chi resta e per quello che rimane, producendo la cartolina di un paese immobile soffocato dai suoi abitanti
Perdonaci, Bakari

"È tutto sbagliato" dico a Giacomo mentre stiamo fuori dalla Biblioteca Acclavio, zona Bestat di Taranto, seconda fascia di periferia sud orientale. Giacomo è un compagno di quelli che puoi anche perderci i contatti per un po', ma ci hai condiviso così tante dinamiche sociali che sarete per sempre fratelli di strada. Giacomo stava in biblio per scrivere sia la tesi che un pezzo per un quotidiano politicamente schierato di Roma. È chiaro: con l'omicidio di Bakari Sacko Taranto è nuovamente trend topic, ci voleva una refreshata sulla città a parte l'ex Ilva. Il dramma è servito.

"È un cortocircuito totale" dice Giacomo.

A Taranto è stato ammazzato un uomo nei giorni di San Cataldo, il santo patrono. Bakari Sacko. 35 anni, maliano. Stava per diventare padre, i figli nasceranno nella sua terra, il Mali. È stato ucciso da un gruppo di ragazzini di Taranto. Tutti minorenni, tranne uno che tiene 20 anni. Prima lo hanno aggredito a calci e pugni, poi i colpi di lama nel petto. Lasciato là a terra, in Piazza Fontana, come una vittima sacrificale, come un monito. Bakari aveva provato a scappare in un bar, ma un uomo lo ha cacciato e ributtato nella marmaglia.

Forse invece di polarizzare il dibattito con estremismi vari, dovremmo raccontare la storia di Bakari, che è venuto a Taranto nel 2022 per stare con il fratello, Souleymane, che però ora si è spostato in Spagna. Bakari, che ha lavorato come cameriere per tanti anni. Bakari, che era tornato da poco dal Mali, dove si era sposato. Il Mali, una terra in conflitto, in guerra, dalla quale era scappato per cercare di dare un futuro migliore a sé stesso e alla sua futura famiglia. Bakari faceva il bracciante in attesa di trovare un altro lavoro stabile nella ristorazione. Poco da dire, tanto da applaudire. Storie così semplici che però non ricevono visibilità né encomio, se non in questi tragici momenti.

La sua morte non è dunque una questione di spaccio, nessuna rissa degenerata, nessuna molestia. È una questione di violenza. Di sopraffazione. Di razzismo. Di una nottata passata probabilmente a bere, fumare, pippare il servizio, giocare alle slot, caricare adrenalina e dopamina e nervo da scaricare con rabbia sul primo nero che gli sarebbe passato davanti. Perché sento di poter affermare che, se avessero preso di mira un tarantino, forse non sarebbero arrivati a tanto. Si sarebbero limitati a qualche insulto, sberleffo, due ceffoni e quattro spintoni. Invece con Bakari no. È una vittima fragile ai loro occhi. È un africano che sta in Piazza Fontana, a casa loro, nel loro quartiere, la Città Vecchia. Comandiamo noi qua, nuje sim l'boss. Xenofobia, razzismo, quello che volete. Semplicemente per questi cinque, sei assassini Bakari è un debole, insicuro e indifeso. Vittima perfetta per chi attua violenza.

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Bakari Sacko.

Posso arrivare a immaginare come abbiano cercato con qualche scusa di rompere il cazzo a Bakari: le pupille dilatate, le mascelle contratte, le mani che fremono. Oe ce tin na sigarett? Oh ce ste trmind gnur d'merd? Ste trmind a uagnedd, rattú?! Bakari avrà cercato di ignorare, forse guardando dei ragazzi così giovani ha pensato che non sarebbe successo niente di rilevante, magari lui pensava di averne già vissute di situazioni di merda. E invece l'epilogo è una notte di sangue che scorre proprio nei giorni in cui si festeggia il Santo della città, Cataldo, che nominalmente qua sarebbe anche il protettore dei forestieri, degli stranieri, dato che veniva dall'Irlanda, da Munster.

Ci sarebbe tanto da dire. Ci sarebbero da scrivere pagine su Taranto, su quello che è la nostra realtà sociale nelle sue intere latitudini, facendo una risonanza ad ampio spettro su quello che succede da queste parti, un Sud che viene evocato o come cartolina paesana immobile e festosa da birre croccanti, signore sulle sedie e cibo a ciclo continuo oppure come luogo di perdizione, sfacelo, incuria, mentalità malavitosa. Ma quello che si vive quaggiù è ben più complesso, stratificato, rispetto a un dualismo da canzone estiva.

Perché questo omicidio di Bakari non è soltanto il frutto di cinque-sei pacchettini di bamba da venti euro presi al biliardo e pippati sino a diventare aggressivi ed ipertesi. Sì, signori, a Taranto come probabilmente in tutta Italia c'è un forte problema di droghe pesanti e se non ve ne siete accorti è perché non uscite manco per sbaglio dal vostro recinto. Ma al netto di sostanze psicoattive, c'è un degrado umano, valoriale, culturale al quale chiedere conto della morte di Bakari. E siamo tutti coinvolti, su tutti i livelli: le famiglie dei ragazzi assassini, le istituzioni, la politica locale, le alte sfere della Chiesa e le sue confraternite, noi privati cittadini di tutte le classi (e di tutti i conti correnti). Se l'omicidio di Bakari incarna il vertice del male, sappiate che è dalle fondamenta che si edifica la punta della piramide. Ci sono dei gradi di separazione tra omicidio e mentalità violenta, ma la seconda fermenta nel tempo e arriva a fuoriuscire diventando omicidio.

A Taranto la violenza, la sopraffazione, è spesso glorificata. È violenza sia fisica che sistemica. Nel senso che qui la violenza non sono solo gli atti di devianza, di bullismo, che pure sono costanti e puntano sempre il diverso, quello sdreuso, strano, incompatibile con gli altri per criteri estetici o umani. Ma sono violenza anche gli intrallazzi tra imprenditoria e politica, le opere industriali alle quali è concesso tutto a scapito della salute dei cittadini.

A Taranto il fatto che un individuo sia "forte a mazzate" diventa un sinonimo di virilità e segno meritorio, invece di evidenziarne la pericolosità sociale. Quando ero ragazzino c'era una comitiva nella quale tutti facevano sport da combattimento. Erano tosti con le mani. Erano rispettati da tutti, sebbene aggredissero indiscriminatamente i loro coetanei senza alcuna motivazione. Ma serio, eh. Io ho preso due schiaffi da uno di loro perché stavo semplicemente guardando la sua moto, che mi piaceva e avrei voluto comprarla anche io. Niente, oh, sblam sblaaam, "ce cazz ste trmind a mot méj" e volarono gli schiaffoni. E questa gente ancora oggi è oggetto di plauso da una grande platea di miei amici, conoscenti. "Ti ricordi come erano tosti quelli?", eh sì, tostissimi. Grandi persone. Caritatevoli.

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L'ilva di Taranto.

A Taranto è considerato un figo l'imprenditore che fa i soldi sgamando le leggi dello Stato, è un Dio quello che ostenta orologio e macchinone e ombrellone in prima fila allo stabilimento extralusso anche se sottopaga i dipendenti ed evade le tasse.

A Taranto è considerato un grande genio quello che pur non fregandosene niente del bene Comune riesce ad entrare in politica, sì, entrarci, come se fosse un cazzo di posto fisso alle Poste, e ci fa una carriera onorata ventennale, trentennale, senza avere una che sia una posizione ideologica sensata e senza apportare un beneficio reale a questa città.

A Taranto ci consideriamo una grande città cattolica per via della Settimana Santa. Le statue, la banda, i perdoni. Di cristiano, di parola di Cristo, di Francescano, in questa città c'è poco e niente. Dove sono i valori cristiani di amore disinteressato, di fratellanza, di rispetto, nella vita ordinaria di questa città? Dove? Riuscite a dirmelo? Non parlo delle singole associazioni che nel loro attivismo portano avanti un lavoro enorme, ma parlo di chi dovrebbe darci l'esempio, dalle nostre famiglie alle Istituzioni. Non basta pagare 50k una statua di cartapesta da portare in spalla per definirsi degli uomini con la Fede in Cristo. Non basta bersi 10 birre aspettando che passi la Madonna alle 5 di mattina sul Ponte Girevole per sentirsi rinnovati nel suo amore materno universale. Serve un linguaggio di amore vero. Una grammatica del rispetto. Una voce che purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, non riesce a farsi ascoltare qui. Perché sotto sotto... La percezione media individuale è che è da sfigati essere buoni. Devi essere cattivo. L'opposto del film di Caligari.

 

Tutto questo è violenza. Tutto questo è humus che elimina empatia e pietà verso il prossimo. E queste cose le viviamo tutti. Tutti. Aggiungeteci che i ragazzi che hanno ammazzato Bakari venivano da contesti problematici, magari legati al mondo della delinquenza, ed ecco che è pronto l'esplosivo sociale. Abbiamo svuotato e marginalizzato tutto, e ci sorprendiamo se nascono questi mostri?

Si invoca la militarizzazione della città vecchia, i posti di blocco permanenti. E certo. Quella è la risposta dello Stato. Ma dove vogliamo andare in una città in cui la dispersione scolastica è altissima? Non avete idea di quanti ragazzini lascino la scuola per campare alla giornata. E pensano di fermare tutto con due kalashnikov e due camionette. Mentre la cultura, nei quartieri, manco ci mette piede. Ma come?!, ma se abbiamo fatto quell’evento là col DJ e i cocktail a 8€ in plastica!, quella non è cultura?! No. Quello è commercio e tra l’altro a uso e consumo di un target umano ristretto che vorrebbe sentirsi fuorisede ma vive a Taranto ma vabbè, poi andiamo a parare da un’altra parte.

Siamo una città ostaggio di malapolitica, malavita, inquinamento, precariato, morti sul lavoro; una città dove si concepiscono magagne affaristico-politiche come fossimo nei '70, eppure il percepito tra la gente comune è che Taranto stia peggiorando perché stanno troppi gnuri in centro. Perché hanno colonizzato via Principe Amedeo. Perché nelle vie del sottoborgo vedi solo a questi maomao. Non ce la posso fare. Veramente.

I commenti sui social sono vergognosi. Figli di un tempo in cui viviamo polarizzato sull’odio sociale. Si leggono frasi come "uno di meno" o "remigrazione eterna", e purtroppo non sono profili fake da hatebaiting, ma di gente reale. Tutto questo fa spavento, ma è in linea con ciò che è oggi Taranto: un posto dove la violenza cresce indisturbata, dove ti abbruttisci, dove non immagini il futuro e respiri a stento. Dove i valori si capovolgono. Qualche amico dei ragazzi arrestati per l'omicidio di Bakari ha scritto un pensiero eloquente: "c'è tempo per recuperare la vita lunga e non abbiamo nulla da temere. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che qui fuori gli squali sono tanti”.

Imparate a nuotare, che qui fuori gli squali sono tanti.

Da Taranto è tutto. Abbiamo perso.

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