La parola d’ordine è una: lavorare (per sopravvivere). Le regole del gioco sono bestiali: bisogna trascorrere mezza giornata in giro, sotto la pioggia autunnale, l’asfissiante caldo estivo e il gelo invernale, e ripetere la stessa azione, che sia portare il pranzo negli uffici dei clienti o consegnare pacchi agli utenti che hanno effettuato i loro acquisti online. È un mondo asfissiante quello tratteggiato alla perfezione da Hu Anyan nel suo “Consegno pacchi a Pechino”, un libro uscito nel 2023 in Cina e ben presto diventato un besteller tradotto in 15 lingue. È appena uscito in Italia per conto di Laterza, con la traduzione di Federico Picerni, e nelle sue scorrevoli pagine di memoir sbatte in faccia la realtà dei nuovi proletari del XXI secolo ai lettori italiani. Quei lettori che quasi sicuramente, almeno una volta nella loro vita, hanno alimentato la gig economy ordinando a domicilio qualcosa su Amazon o Glovo, e che adesso hanno l’opportunità di scoprire chi sono i ragazzi che fanno stare in piedi tutto questo sistema tardo capitalistico. “Venivamo schiacciati dalla vita e perdevamo ogni empatia, finché, senza nemmeno rendercene conto, ci ritrovavamo apatici e freddi”, scrive Anyan che è stato a lungo un ingranaggio del suddetto motore. Eppure si può fare ben poco quando serve un lavoro e il lavoro non c’è, quando bisogna portare a casa dei soldi alla fine del mese. Non si può far altro che adattarsi.
Anyan si è adattato. Ha imparato a cercare una camera economica (altro che casa di proprietà) che avesse l’aria condizionata ma che non costasse un’infinità, ha capito come calcolare la quantità di alcol da bere per evitare di iniziare il turno stonati, e, soprattutto, senza che nessuno glielo insegnasse, si è ritrovato a calcolare i percorsi più veloci da prendere per consegnare pacchi nel minor tempo possibile. Il tempo è sempre stato denaro da quando il capitalismo ha fatto la sua comparsa. Ma lo è ancora di più per un fattorino che lavora a cottimo in una delle metropoli più grandi (e inquinate) del pianeta. Questi lavoratori, schiacciati dalla vita che fanno e con pochissime tutele, devono fare una consegna ogni quattro minuti, perché ogni pacco frutta 1,6 yuan, il corrispettivo di circa 20 centesimi. Fate un breve calcolo per arrivare a uno stipendio decente, ossia che basti per soddisfare le esigenze primarie. Il fattorino, che sia a Pechino o a Londra, a New York o a Milano, condivide sempre gli stessi problemi: persone che lo lasciano aspettare sul pianerottolo infiniti minuti, pacchi che si perdono (chissà dove, chissà come) con penali da pagare, ritardi da scontare, destinatari che non sono in casa al momento della consegna. Un bel casino, insomma.
L’autore del libro non si autocommisera. Al contrario, spiega qual è la sua vita, che prospettiva si vede dal casco di un fattorino che sfreccia in bici, o in moto, o in furgone, da una parte all’altra di una metropoli tentacolare. L’uomo alla fine si trasforma in macchina, la macchina diventa automa, l’automa diventa apatico. Anyan sa che un minuto vale 0,5 yuan, che fermarsi per fare pipì costa uno yuan, pranzare ne costa molti di più, per non parlare di eventuali malattie. Prima di diventare un rider, l’autore del libro è stato commesso, guardia giurata, autista, e ha fatto un totale di 18 lavori. Eppure è laureato, ma oggi questa qualifica prestigiosa sembrerebbe servire a poco. Il risultato è che Anyan, e tutti quelli come lui in giro per il pianeta, è costretto a cambiare città in cerca dell’occasione giusta. Un’occasione effimera, come effimero è il mondo lavorativo della gig economy. Un progresso per pochi, un inferno per tanti.