Erano seguiti dai servizi sociali. Punto. Non servirebbe aggiungere altro. Perché “erano seguiti” dai servizi sociali e sono morti. Tutti: figlia disabile, madre, padre e pure il cane. Poi è partita la corsa a raccontare la tragedia, a bollare tutto come “omicidio-suicidio”, perché tanto quello che conta è la forma delle narrazioni. E fanculo la sostanza, che però resta una: erano seguiti dai servizi sociali. Solo che quando chi è seguito finisce per ammazzare e ammazzarsi, il verbo non è più seguire: è “spingere”. Di sicuro non è “trattenere” o “contenere”. Meno che mai “aiutare”. I servizi sociali – e chi firma questo pezzo parla per esperienza – quasi sempre “ricevono” e raramente “ascoltano”. Neanche cose che ripeti per mesi. Neanche sofferenze che, umiliandoti oltre ogni dignità, metti sul tavolo. Ti rispondono con “la teoria”, spesso quella ideologicizzata delle posizioni strumentali. E se una volta, quando non ne puoi più, magari chiedi un verbale o fai muovere una richiesta da un avvocato, allora diventi il cattivo. Quello che inasprisce i rapporti. Quello che spezza la fiducia.
La cronaca, signori, non dovrebbe essere solo il racconto del macabro. Ma qualcosa di nero su cui focalizzarsi per poi guardargli intorno: nei contesti, nelle circostanze, nelle mani che sembravano tese a aiutare e invece hanno spinto o non hanno saputo trattenere. Mani di Stato armate di inadeguatezza e sciatteria. Spesso anche di impossibilità a fare qualcosa davvero. Il problema non solo le persone, le competenze, i percorsi formativi, sia chiaro, ma l’esercizio di funzioni strutturate male e portate avanti peggio. A Pietralata non s’è consumato un omicidio-suicidio, ma s’è palesata quanta solitudine c’è pure in chi, almeno formalmente, non è stato lasciato solo.
Il resto è solo il racconto di una tragedia che mette davanti a una considerazione amara, cinica e spietata: quella famiglia ha finito di soffrire. Tanto nessuno poteva fare niente. E alzi la mano della coscienza chi non l’ha pensato prima di abbandonarsi al racconto dei fatti. Il racconto di Pietralata e una famiglia. Il racconto di un padre e una madre che scrivono appunti, soffrono, ci ripensano, scrivono ancora. Poi decidono: “da soli non ce la facciamo”. E’ il testamento d’angoscia di chi ha capito che alla fine, davanti alla marginalità d’ordinanza, la cosa migliore da fare è arrendersi. Oppure, se serve a non far lavorare le coscienze, ecco la cronaca nera secca di quello che è successo.
Lunedì pomeriggio, 31 agosto, i vigili del fuoco sfondano la porta dopo l'allarme di un parente che chiamava a vuoto. Dentro la casa c’erano tre corpi freddi nella camera da letto: Luca Ambasciano, 42 anni, Valentina Pambianco, 41, e la loro bimba di cinque. Accanto a loro, abbattuto dalla stessa mano e dalla stessa furia disperata, anche il cane di casa. Tutti trafitti da colpi di arma da fuoco. Una pistola regolarmente detenuta, comprata e tenuta in casa con tutti i crismi della legge, finché non è servita a stilare tre certificati di morte più uno del veterinario. Sul tavolo, fogli scritti a quattro mani:“Da soli non ce la facciamo”. La bambina era affetta da una grave disabilità, un calvario quotidiano che richiedeva presenza, risorse, forza. Sostegno vero e no un cazzo di “erano seguiti dai servizi sociali”. Cose che finiscono così, quando lo Stato tace. Puntuale come il ribrezzo è arrivato il rimbalzo delle responsabilità è arrivato più veloce del dolore e del cordoglio. Dal IV Municipio si affrettano a far sapere che la famiglia era "seguita", pure economicamente. Che la madre aveva lasciato il lavoro per accudire la figlia. E poi il solito, insopportabile repertorio istituzionale: il "profondo sgomento", l'invito a "riflettere", la confessione condita di ipocrisia: “Evidentemente tutto questo non è bastato... ci sentiamo impotenti”. Impotenti? Eh già! Impotenti come chi mette a a verbale l'assistenza erogata per lavarsi la coscienza, mentre i vicini rilasciano dichiarazioni incredule sul "grande amore" di quei genitori. Ma la realtà d'ufficio racconta un'altra storia: due genitori lasciati soli a contare i minuti di un'agonia quotidiana, fino a quando l'unica via d'uscita è apparsa quella di diventare cadaveri.