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31 agosto 2026

Mamma e figlia avvelenate a Natale: Pietracatella, ricina e acqua santa? Gli inquirenti (ri)vogliono Don Stefano (e la storia della “busta Monique”)

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

31 agosto 2026

La Procura di Larino stringe il cerchio sul giallo del veleno a Pietracatella. Gli esami di Berlino cercano il vettore killer, i sospetti si concentrano sul movente passionale e sulle bugie degli interrogati. Nel mirino l'ex sindaco Gianni Di Vita, l'insegnante Monia e don Stefano, con il falso indizio della boutique di abbigliamento.
Mamma e figlia avvelenate a Natale: Pietracatella, ricina e acqua santa? Gli inquirenti (ri)vogliono Don Stefano (e la storia della “busta Monique”)

Otto mesi di niente o quasi. O, meglio, otto mesi per trovare supporto a quello che in molti hanno sempre pensato: il movente passionale. A Pietracatella la ricina ha sterminato metà famiglia Di Vita tra la vigilia di natale e i primi di gennaio, ma in Procura a Larino il fascicolo per duplice omicidio resterà intitolato a ignoti ancora per molto? Quello sui cinque medici per omicidio colposo è la solita prassi collaterale per tutelare chi ha visto morire Antonella Di Ielsi, cinquant'anni, e la figlia Sara Di Vita, quindici, senza capirci un granché finché non è spuntato il veleno. Adesso però la Squadra Mobile di Campobasso, agli ordini di Marco Graziano e sotto la regia del procuratore Elvira Antonelli, prova a dare l’ultima piedata di gas. Riascoltando tutti. Incrociando i dati. E aspettando quello che deve arrivare dalla Germania.

I laboratori del Robert Koch Institut di Berlino stanno vivisezionando stoviglie, generi alimentari, due borracce d'alluminio e persino un vasetto di vetro con dentro dei semi trovato nell'abitazione del delitto. Cercano il vettore della ricina. Anzi, sembra che l’abbiano trovato. Mentre la certezza, certificata dagli esami del sangue condotti finora, è che Gianni Di Vita — ex sindaco del paese, commercialista, marito e padre — e la figlia maggiore Alice, la ricina non l'hanno mai ingerita. Nonostante i malori gastrointestinali lamentati dall'uomo.

Il perimetro investigativo si è ristretto, è vero, ma nessun indagato per l'avvelenamento da ricina. Zero avvisi di garanzia sul delitto principale. Soltanto persone informate sui fatti chiamate in Questura con l'obbligo formale di non sparare altre cazzate. C'è Gianni Di Vita, a cui hanno ribaltato lo studio professionale sequestrando un pc e dieci chiavette USB alla ricerca di memorie o messaggi scritti dalle due donne prima di morire. C'è la figlia Alice, risentita più volte dopo le analisi sugli smartphone di casa.

Pietracatella

E poi c'è la pista passionale, la più battuta dai retroscena. E’ qui che spunta Monia, insegnante di matematica in un istituto agrario, legata a Di Vita da un rapporto di lungo corso. La donna – che, come aveva affermato tempo fa la giornalista Alessandra Potena anche in diversi video su youtube e servizi televisivi – aveva rotto con Antonella, è stata messa a confronto con l'ex primo cittadino per sei ore filate negli uffici della Mobile. Poi c'è Michele, tecnico di laboratorio nello stesso agrario e marito della docente, interrogato tre volte per spiegare i troppi contatti avuti con la vittima poco prima che il veleno facesse il suo corso. E infine c'è don Stefano, il parroco di Pietracatella e confessore di Antonella, probabilmente schiacciato tra una personalità un po’ così, i geni di don Abbondio, il segreto confessionale e dei colloqui riservati per i quali gli inquirenti vorranno ascoltarlo ancora.

In tutto questo spunta pure la faccenda della busta colorata con una scritta: Monique. Una pista sbandierata come la svolta e finita per rivelarsi una boiata: Monique c’entra niente con Monia e è solo il nome di una boutique. La verità finale, purtroppo, è ancora una sola: l’ostacolo resta l'incapacità di stabilire e capire chi dovesse morire per davvero sotto quel tetto, se il bersaglio fosse solo la madre o se la ragazzina sia finita massacrata per errore condiviso. O se, ancora, qualcuno volesse far fuori Gianni per un qualche motivo non necessariamente passionale, visto il suo lavoro e l’impegno in politica. L'unica certezza, in attesa che da Berlino arrivino le risposte definitive sulle borracce e sulle provette, è che – dispiace dirlo - a Pietracatella il veleno circola ancora benissimo sotto forma di omertà.

pietracatella
La famiglia Di Vita

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