Le storie di provincia hanno un vizio balordo: piacciono al pubblico da fuori, ma mai a quello del teatro in cui vanno in scena. E si mimetizzano da fatalità finché non cala il sipario dell'improvvisazione. A Pietracatella, Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita mangiano. Festeggiano. Poi iniziano a morire. E muoiono veramente, con cinque medici sono finiti sotto inchiesta fino a che non è venuta fuori la verità. O, meglio, fino a che non è calato il sipario dell’improvvisazione e la scienza non ha messo tutti davanti a un macabro copione con un’unica protagonista: la ricina. E’ stato un duplice omicidio. Sette mesi dopo il Natale 2025, il mistero non è risolto, ma in compenso si è arricchito di morbosità, reticenze e piccole storie a margine che fanno venire più dubbi che certezze.
L'ultimo strappo? Uno dei camici bianchi finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo fa un gesto insolito: chiede di parlare. Vuole presentarsi in Procura a Larino per un'audizione spontanea. Ha qualcosa da dire, vuole mettere a verbale la sua versione, chiarire la catena dei soccorsi. La risposta della procuratrice Elvira Antonelli è un “no, grazie, ripassi più avanti”. Audizione rinviata a data da destinarsi. Il medico voleva raccontare qualcosa che gli inquirenti sanno già: in quell'ospedale il sospetto di avvelenamento era balzato fuori già durante il ricovero. Molto prima che, a marzo, il professor Locatelli pronunciasse la parola ricina davanti alle telecamere. I sanitari avevano persino telefonato al Centro Antiveleni di Napoli, ma nessuno poteva ipotizzare un veleno simile. La “messa in attesa” della Procura non è una mossa assurda, né sciatteria: è dovuta cautela in attesa dei responsi scientifici. La perizia d'ufficio sostiene infatti che per le due donne l'esito fosse irreversibile a prescindere dall'intuito dei medici. Non archiviare la loro posizione è solo una scelta strategica per indagare senza vincoli proceduriali.
La caccia all'assassino passa inevitabilmente per i laboratori. A Larino cercano il puntello scientifico a un impianto accusatorio che, tra rilievi indiziari e informatici, avrebbe già tracciato solchi precisi verso piste ben individuate. Eppure la svolta slitta. Adesso tutto è nelle mani degli esperti del Robert Koch Institut di Berlino. I tecnici tedeschi stanno analizzando 131 campioni prelevati nella casa di via Risorgimento e 70 reperti alimentari sequestrati all'inizio dell'indagine. Si passa al setaccio ogni piatto: la giardiniera consumata la sera del 23 dicembre da Gianni Di Vita, dalla moglie Antonella e dalla figlia Sara; le olive, la salsa di pomodoro, le vongole in frigo da nonna Giuseppina, fino al cenone e alla marmellata della colazione del 24.
Le indiscrezioni scuotono anche l'ambiente extra-scientifico. Si parla di un’altra persona vicina a Gianni Di Vita, un nome non ancora verbalizzato che potrebbe irrompere nella scena da un momento all'altro. Ad accelerare lo spaesamento ci ha pensato pure la politica. Con la magistratura che procede a passo cauto per non sbragare prima di settembre, si registra l'incursione del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. A margine di un giuramento di allievi agenti a Campobasso, il titolare del Viminale si è spinto in un'esternazione pubblica sulla vicenda: "tutto verrà disvelato al più presto". Un intervento anomalo nei tempi e nei modi per un dossier di duplice omicidio da ricina ancora privo di indagati per la fattispecie volontaria. Il tentativo scopertissimo di blindare l'operato di una Procura costretta a chiedere aiuto alla Germania per fare gli esami sui cibi contaminati dal veleno. Otto mesi dopo.