Poi non dite che non ve l’avevamo detto: arriveranno a breve nuove convocazioni. Saranno riascoltati vecchi testimoni per nuove testimonianze e, forse, qualcuno passerà direttamente alla sedia scomoda dell’indagato. Non necessariamente per l’omicidio, ma magari per una qualche altra ipotesi di reato. Ieri l’avevamo messa giù così. Oggi, invece, possiamo raccontare senza possibilità di smentita che Gianni Di Vita è stato convocato in questura a Campobasso. S’è presentato da solo, intorno alle 11. Jeans, sneakers e polo verde. Passo spedito. Aria tranquilla. Probabilmente sapeva già da un pezzo di quell’appuntamento con gli inquirenti, dopo che già ieri era stata convocata (per la quarta se non quinta volta) anche la figlia Alice e dopo che, nei giorni scorsi, dal suo studio di commercialista erano stati sequestrati un pc e una decina di chiavette USB.
Ieri, non è una novità, è stata anche la giornata delle fughe di notizia sul fatto che gli esperti tedeschi del Robert Koch Institut di Berlino non avrebbero trovato alcuna traccia degli anticorpi della ricina nel suo organismo. Un dato, questo, che per la figlia Alice può significare niente, ma che per l’ex sindaco di Pietracatella rischia di avere un peso grosso. Lui, infatti, aveva lamentato gli stessi sintomi della moglie e della figlia poi decedute. Era stato anche ricoverato a Campobasso. Come se, insomma, un’intossicazione – seppur più lieve – fosse toccata anche a lui. Solo che gli esami del sangue non hanno fatto ricontrare la presenza di ricina e anche la ricerca anticorpale, ora, direbbe che Gianni non è mai entrato in contatto con quella sostanza. Una notizia, quest’ultima, che la procuratrice Elvira Antonelli ha smentito, ma giocando con termini e parole e senza particolari perentorietà. Qualcosa è cambiato e è inutile – seppur doveroso – pure stare a negare.
Quello che è importante dire, però, è che Gianni Di Vita dovrà spiegare altro. Chiarire. Magari ripercorrere di nuovo. Ma che non aver trovato gli anticorpi non significa automaticamente che lui sia l’assassino. E’ un uomo che ha perso una moglie e una figlia e – al di là di tanti comportamenti che restano poco spiegabili – ci sta che possa essersi condizionato e che il suo malore sia stato un riflesso della sofferenza che vedeva e provava e non una messa in scena. Ecco perché serve cautela, anche se in molti in queste ore hanno provato a azzardare l’ipotesi che Di Vita sia entrato questa mattina in Questura da testimone e possa esserne uscito da indagato. Gli scarti in avanti, adesso, non servono. Almeno fino alle dovute e doverose ufficialità (che eventualmente non tarderanno a arrivare).
Anche parla di “sospettato”, in questa fase, è prematuro. Perché Di Vita abitava in quella casa, perché chiaramente le due vittime, Antonella DI Ielsi e Sara Di Vita, frequentavano il suo studio e perché manca ancora la risposta alla domanda più importante di tutte: quanto s’è consumato l’avvelenamento? Insomma, è possibile che la convocazione di questa mattina di Gianni, così come quella di ieri di Alice, sia servita a rinnovare questa domanda, a farsi ripetere ancora come sono andati quei giorni, a chiedere ulteriori approfondimenti rispetto a alcuni rapporti di amicizia e non solo che riguardavano la sua famiglia. Di veleno a Pietracatella se ne è già sparso troppo e con esiti tragici, aggiungere il veleno del chiacchiericcio rischia d’essere solo pericoloso rispetto a una situazione che - seppur lentamente, seppur tra fughe di notizie e smentite che confermano più che smentire, seppur tra mille supposizioni – sta comunque evolvendo.