Il modo nobile imporrebbe una frase così: “valutano ogni cosa, guardano a 360 gradi e approfondiscono tutto ciò che c’è da approfondire evitando di infilarsi in pericolosi tunnel di convinzioni”. Poi, però, c’è pure il modo MOW che, invece, chiede di andare giù dritti in nome del sacro (e salvifico) cinismo: “vale tutto e non ce stanno a capi’ un ca*zo”. Sulla scomparsa di Emanuela Orlandi – ormai lo sanno tutti – s’è ricominciato a indagare. Però per ogni passo avanti che si fa, si finisce per farne due indietro e questo lo raccontano in pochi. Insomma, il grand-guignol giudiziario sulla scomparsa di Emanuela Orlandi prosegue il suo stanco pellegrinaggio e la Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal deputato Fabio Roscani continua a far sfilare testimoni per provare a colmare istruttorie nate male e gestite peggio.
Il 6 agosto i commissari hanno riascoltato l'ispettore Giuseppe Catania, già agente scelto della Polizia di Stato nel 1983, allora delegato a pedinare e vivisezionare la quotidianità di Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela. È il ritorno periodico della "pista familiare", ma l’unica mezza novità è la comparsa di un tal "Alessandro" mai davvero identificato, insieme all’iscrizione nel registro degli indagati di Laura Casagrande, l'ex compagna di classe alla scuola di musica di piazza Sant'Apollinare, accusata di false informazioni al PM per certe sue poco spiegabili amnesie. Per ora solo dettagli minimi. Più concreta, ma comunque piena di stranezze da capire, è sembrata invece la pista indicata dal “solito” Marco Fassoni Accetti. Ha raccontato tanto e qualcosa potrebbe sapere davvero, ma capire fino a dove e in che misura è una sfida già persa da tanti negli ultimi tre decenni. Sembrava, insomma, che da qualche parte si fosse arrivati, quanto meno per escludere nuove piste. E, invece, è tutto ancora in piedi.
Lo dimostra anche “1983”. E’ il libro inchiesta di Gian Paolo Pellizzaro che rilegge l'istruttoria del giudice Ilario Martella sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II e ci piazza sopra le dichiarazioni mai approfondite di Assen Marcevski, interprete in forza all'ambasciata bulgara a Roma. Marcevski, come racconta anche il Fatto Quotidiano, ha messo a verbale di aver incontrato Enrico De Pedis — per tutti il "Renatino" della Banda della Magliana — nello studio dell'avvocato Lorenzo Gallo a Palazzo Brumensthil e persino dentro la sede diplomatica d'Oltrecortina, sia prima sia dopo il suo arresto avvenuto nel novembre del 1984.
Capito il punto? Negli anni in cui la fazione storica della Banda della Magliana veniva progressivamente azzerata dalle manette, De Pedis non faceva certo la manovalanza di quartiere o il rapinatore di strada. Operava su un livello del tutto differente, protetto da garanzie esterne. Un dato che spiega perché un pregiudicato alla canna del gas come Salvatore Sarnataro si sia deciso, in punto di morte, ad accusare il figlio Marco Sarnataro di aver partecipato al prelievo di Emanuela Orlandi: non cercava sconti di pena o soldi, parlava d'un semplice "favore" chiesto e ottenuto direttamente dal Capo.
Altra invenzione? Forse no, perché Pellizzaro racconta anche un fatto avvenuto nel 1988, in un ristorante ebraico a Campo de' Fiori. A pranzo c’erano un funzionario della Squadra Mobile di Roma, il dirigente del Ministero dell'Interno Piero Giarratana ed Enrico De Pedis. Il poliziotto, con vent’anni d’anticipo rispetto a Sabrina Minardi, butta là che Emanuela Orlandi è stata gettata in una betoniera. De Pedis ascolta. Non si scompone. Poi se ne esce così: "Cercate tra porporati e cardinali".