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18 marzo 2026

Emanuela Orlandi, spunta il memoriale segreto di uno 007: chi è GG e perché fu allontanato dopo una scuffia per la figlia di Mario Meneguzzi

  • di Michele Larosa Michele Larosa

18 marzo 2026

Un agente pasticcione o uno che davvero, prima di tutti, si era avvicinato a pezzi di verità sul caso Orlandi? Giulio Gangi, a quattro anni dalla sua morte, si racconta oggi in un memoriale segreto. Nato per diventare un docu-film, “Il Tiro Mancino” racconta dal punto di vista dello 007 i giorni successivi alla scomparsa

Foto di: ANSA

Emanuela Orlandi, spunta il memoriale segreto di uno 007: chi è GG e perché fu allontanato dopo una scuffia per la figlia di Mario Meneguzzi

G.G. sta per Giulio Gangi. Vuoi mettere due iniziali che suonano da vero agente segreto contro un nome e un cognome da impiegato dell’Inail? Sì, Giulio Gangi era uno 007: più o meno sedicente, più o meno agente. Istrionico. Esuberante. E col naso ficcato un po’ ovunque: uno di quelli che un tempo venivano definiti “cani sciolti”. Questa, però, è solo una parte della descrizione che si fa di lui. Perché poi c’è tutta un’altra metà che lo racconta come un buono a nulla. Un inconcludente. Un generatore di casini. Viene da se che uno così è stato pure uno dei primissimi a interessarsi della sparizione di Emanuela Orlandi appena pochi giorni dopo quell’ormai famoso 22 giugno. Anzi, GG ha proprio contribuito ad alimentare quell'aria da film tra spie e alti prelati intorno al caso. Era ancora un giovanissimo agente del Sisde quando, verso la mezzanotte del 24 giugno, arrivò a casa Orlandi con l'amico Marino Vulpiani dicendo: “Ho visto un fax in ufficio con il nome di Emanuela e sono venuto ad aiutarvi”. Indagini giudicate poi “inopportune” dai vertici del Sisde, svolte con particolare foga per conquistare Monica Meneguzzi, cugina di Emanuela e figlia dello zio Mario di cui Gangi si era infatuato. È morto nel 2022 GG, in solitudine e in povertà, e senza darsi pace per quelle indagini fermate troppo presto. Una carriera tormentata, conclusasi con un'epurazione negli anni '90. Forse Giulio Gangi sapeva troppo? O forse davvero quello dell'agente segreto non era il suo... Grande appassionato di cinema e regista amatoriale Giulio Gangi voleva fare come D'Annunzio: fare della sua vita un'opera d'arte. Così ha buttato giù un memoriale destinato a diventare un docu-film. “Il Tiro Mancino”, riferendosi al nome dell'allora Ministro dell'Interno Nicola Mancino, è rimasto segreto fino a quando in questi giorni è stato pubblicato dal Corriere della Sera. Una sceneggiatura che non diventerà un film ma che rimane un'importante testimonianza sul caso Orlandi.

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L'agente segreto Giulio Gangi

Il memoriale segreto

Una storia italiana. Politica, servizi, misteri e insabbiamenti. Soprattutto una storia all'italiana quella che emerge dal memoriale di GG. Quella del Sisde, tutt'altro che un servizio segreto ma: “Una specie di polizia municipale che compie operazioni di bassissimo livello. Le poche operazioni di un certo livello sono frutto dell’interessamento personale di quei pochi operativi che hanno voglia di lavorare e conoscenze in certi ambiti”. Una grande delusione nelle aspettative del giovane Gangi, convinto di trovarsi catapultato in un romanzo di Fleming ma trovatosi al contrario protagonista di un poliziottesco di serie b. Gangi, che nel memoriale parla di sé stesso in terza persona, parte del suo arrivo ai servizi, da giovanissimo. “Verso la fine del 1982 il prefetto Vincenzo Parisi, vicedirettore del Sisde, propose al ventiduenne Giulio Gangi, ben inserito nel settore cinematografico e discografico, l’arruolamento nel servizio per rilevare “determinati fenomeni“ che gravitano nel mondo dello spettacolo. In pratica non deve fare altro che tenere d’occhio l’ambiente dove diversi elementi delinquenziali e vari personaggi danno sfogo ai loro affari, ai loro sfizi”. Insomma una spia dei vip e dello showbiz, il sogno per un ventenne: “Per Gangi la proposta è allettante: continuare a operare nel proprio settore come ghostwriter e, nello stesso tempo, colpire quei fenomeni che insozzano un mondo che vive sulla creatività”. Così Gangi entra nei ranghi del Sisde, in un'operazione caldeggiata anche dal suo padrino politico, il repubblicano Mauro Dutto per cui all'epoca lavorava alla Camera dei Deputati.

Le indagini sul caso Orlandi

Appena pochi mesi dopo la fortunata assunzione la giovane promessa dello spionaggio capitolino si imbatte subito in uno dei più grandi misteri della storia italiana. Gangi infatti frequenta Torano, piccolo paesino di montagna in provincia di Rieti. Lì hanno una casa anche le famiglie Orlandi e Meneguzzi, e Gangi si innamora di Monica Meneguzzi, la cugina di Emanuela Orlandi. “Gangi era innamorato di questa Monica. Lei zero, quando successe la cosa di Emanuela a lui non gli pareva vero per farsi notare da Monica” ha dichiarato Marino Vulpiani, che accompagnò Gangi a casa Orlandi.
“È il giugno 1983 quando Gangi incappa nella misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi. Si muove subito, a titolo personale, in quanto conosce alcuni parenti della scomparsa” annota lo 007 nel suo memoriale, che poi aggiunge: “È lui che, nei primissimi giorni, analizza diversi elementi e informa i suoi superiori che si tratta di una “sparizione per scopi occulti” e non di una semplice scappatella”. Ma come fa a sapere Gangi che si tratta di una “sparizione per scopi occulti”? Le sue primissime indagini lo hanno subito condotto su quella strada. Ma secondo Vulpiani: “Gangi diceva che secondo lui si trattava di tratta delle bianche ma era un’ipotesi sua, io ho pensato fosse una stupidaggine, brancolava nel buio alla grandissima, non ha mai saputo nulla sul caso di Emanuela. Con il suo partner facevano indagini su indagini ma non venivano a capo di nulla“. Ad ogni modo le attenzioni di Gangi non piacciono ai vertici del Sisde e nel memoriale continua: “Anche in quel caso trova delle resistenze da parte della Direzione e, qualche mese dopo, nonostante l’apporto del capo reparto Giorgio Criscuolo, abbandona la squadra che si sta interessando della scomparsa”. Secondo il suo racconto Gangi avrebbe pestato i piedi alla persona sbagliata. Il fiuto dell'agente segreto lo porta subito a seguire la pista della Bmw verde tundra del presunto adescatore della Avon. Chiama la casa automobilistica, si fa dire tutte le Bmw di quel colore immatricolate a Roma e riesce a rintracciarne una identica a quella avvistata davanti al Senato il 22 giugno. La trova in un'officina con il vetro spaccato, trova la proprietaria in un residence con “vestitino leggerissimo, bianco, trasparente” ma invece che un bravo rimedia una ramanzina. Era “l'amichetta di qualche capoccione ai piani alti”. Gangi aveva davvero in mano qualcosa? E quel qualcosa ha davvero scatenato la reazione dei vertici dei servizi, che hanno preferito allontanarlo e tappargli la bocca?
Come al solito nel caso Orlandi, la verità è nascosta fra il racconto e la versione di Gangi, alterata volontariamente o meno da uno sguardo personale sugli eventi. La verità vera si mescola alle tante verità presunte raccontate in questi anni. Intanto, la Commissione Parlamentare di inchiesta sulla scomparsa sta acquisendo il memoriale. Un documento che, al di là della veridicità o meno di quanto raccontato, dà una testimonianza dell'ambiente dei servizi dell'epoca e soprattutto aiuta a delineare il profilo di uno dei protagonisti dei giorni immediatamente successivi alla sparizione.

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