Stamattina si è tenuta l’udienza in camera di Consiglio presso il Tribunale del Riesame di Milano per Carmelo Cinturrino, l’agente di polizia, assistente capo del commissariato di Mecenate, accusato dell’omicidio premeditato di Abderrahim Mansouri, lo spacciatore morto ammazzato a Rogoredo proprio per mano di Cinturrino. L’agente si è difeso sin dal principio dalle accuse di omicidio volontario sostenendo di aver agito per paura e quindi per legittima difesa. Un quadro ben diverso da quello che emerge dalle ipotesi sollevate dall’accusa, promossa niente di meno che dal procuratore capo di Milano, Marcello Viola, insieme al procuratore sostituto Giovanni Tarzia. L’accusa ha esteso il raggio dell’indagine ben oltre il boschetto di Rogoredo, aumentando il numero degli indagati a sette altri agenti della Polizia di Stato oltre al superiore di Cinturrino, Osvaldo Rocchi, rimosso dalla dirigenza del commissariato di Mecenate e messo a disposizione della Questura. Cinturrino, il primo marzo, ha sostituito il precedente avvocato, Pietro Porciani, affidandosi ai legali Marco Bianucci di Milano e Davide Giugno. La proposta di riesame partita da Porciani per contestare la misura cautelare impostagli dal giudice per le indagini preliminari di Milano, Domenico Santoro, è stata quindi sviluppata dai nuovi legali, che il 9 marzo, a causa dell’allarme bomba al Tribunale di Milano, non hanno potuto accedere agli atti depositati in cancelleria per preparare la difesa, ottenendo infine il rinvio dell’udienza a stamattina. L’udienza, iniziata alle 9:30, si è conclusa tre ore dopo con decisione del collegio del Riesame. Nella notifica della richiesta di riesame sono compresi gli allegati che consentono al tribunale di valutare la misura cautelare. Tra questi, stamattina sul Corriere della Sera sono emerse le deposizioni dei testimoni o delle persone informate sui fatti, che hanno descritto Cinturrino come ossessionato da Mansouri, tanto da minacciarlo di morte direttamente o per interposta persona.
L’avvocato Giugno ha dichiarato che, secondo lui e Bianucci, si tratterebbe di “fonti fortemente compromesse nella loro genuinità. Un dato oggettivo è che una parte delle fonti appartiene allo stesso contesto degradato nel quale si sviluppava il traffico di stupefacenti. Non viviamo su Marte, per cui questa è la dimensione e non pensiamo di assumere per dogma l’affidabilità presupposta. Cinturrino era il ‘nemico pubblico’ della piazza di spaccio, ma in senso positivo, consumando arresti e creando imbarazzo alla criminalità organizzata di quella zona. È un tema che merita approfondimenti”. L’avvocato Bianucci ha aggiunto che è stato dato loro il giusto tempo per affrontare questa questione estremamente complessa: “Ci sono tante ipotesi da vagliare. Noi abbiamo condotto investigazioni difensive insieme ad altri membri delle forze di polizia non presenti quella sera. Il collegio ci ha ascoltato. Abbiamo presentato anche una relazione, sebbene preliminare, sul proiettile, e attendiamo la decisione del tribunale del Riesame. Cinturrino ha ribadito la dinamica dei fatti e la propria responsabilità di aver posizionato l’arma vicino al cadavere, ma ha negato la volontà di commettere quanto contestato. Contesta la ricostruzione fatta recentemente con la notifica di richiesta di incidente probatorio”. A proposito di quest’ultimo passaggio, Giugno ha aggiunto: “Semmai dovesse essere accolta l’istanza del pubblico ministero, l’incidente probatorio sarà valutato nell’attendibilità delle fonti. È indubbio che si tratti di un caso estremamente complesso e delicato, però le suggestioni sono molte e per approdare a una verità bisognerà attendere che il tema di prova sia adeguatamente esplorato. Avrete letto di una presunta premeditazione: mi sembra un’ipotesi che va ben oltre ciò che i fatti consegnano alla storia di questo procedimento. Cinturrino nega la premeditazione perché lo negano i fatti”.
Sul presunto utilizzo di un martello da parte di Cinturrino per aggredire le vittime, Giugno ha precisato: “È un tema che necessita ancora approfondimenti. Assolutamente, lui nega di averlo utilizzato per picchiare o causare lesioni a tossicodipendenti o pusher. Questo martello veniva usato anche dagli altri colleghi per cercare sotto terra, nel bosco di Rogoredo, stupefacenti e somme di denaro che i pusher nascondevano. Respinge fermamente l’intento omicidiario e ha ribadito che si è trattato di una tragica fatalità. Con il supporto dei nostri consulenti (ingegnere balistico, fisico e medico legale) tenteremo di chiarire cosa è accaduto. Alcune cose non tornano nella descrizione della dinamica”.
Cinturrino conosceva Mansouri? Lui e i suoi avvocati lo negano. Giugno afferma che Mansouri era noto all’ufficio come soggetto dedito al traffico di stupefacenti, ma in relazione a un’indagine condotta da un altro commissariato, certamente non da Cinturrino. “Anche queste ipotesi congetturali, comprese le presunte minacce di morte, ci sembrano ancora speculative”. Ad ogni modo, conclude Giugno, “non siamo così stolti da non comprendere che questa è l’ipotesi accusatoria e il teorema che si sta delineando, ma confidiamo nell’onestà intellettuale della Procura della Repubblica e del sostituto procuratore che si occupa dell’indagine, ritenendo che si tratti di un tema ancora da esplorare nella piattaforma indiziaria”. Al di là dell’ottimismo dei legali, non si può ignorare che la scelta del riesame comporta rischi, qualora la difesa temesse un peggioramento della misura da parte del Tribunale della Libertà. Il riesame può essere proposto solo dall’imputato e solo nei confronti dell’ordinanza coercitiva originaria, essendo totalmente devolutivo rispetto all’appello, che invece lo è solo parzialmente. Cosa significa? Nel riesame il tribunale può decidere sia sui motivi indicati dall’imputato sia sulla legittimità del provvedimento, riformando, confermando o annullando l’ordinanza. Nell’appello, invece, il giudice è vincolato ai motivi indicati dalla difesa, perciò in caso di timore di peggioramento della misura sarebbe più prudente optare per l’appello.