Tra celluloide e verità. Tra polvere di vecchi cinema in cui non si proiettava e basta e un’Italia degli Anni ’80 che nascondeva dietro le vetrine imbellettate una Roma piena di cantine trasformate in set piene di polvere, lacca a buon mercato e marcio da perseguire. Pochi soldi e troppa ambiguità. Sì, tra tutte le piste seguite negli anni sulla sparizione di Emanuela Orlandi, ce n’è una che ha riguardato anche la Roma del cinema. Ed è proprio di quella pista che oggi, 19 febbraio, la Commissione parlamentare d’inchiesta si occuperà parallelamente al lavoro che già sta facendo anche la Procura di Roma dopo il nuovo impulso dato alle indagini. Se per decenni abbiamo cercato Emanuela Orlandi tra intrighi internazionali, Lupi Grigi, zii col vizietto e banchieri di Dio, oggi la Commissione sembra voler rimettere a fuoco l’obiettivo su un mondo decisamente meno spirituale: quello dei "cinematografari".
Un sottobosco di comparse, finti talent scout e registi di B-movie che, tra una commedia scollacciata e un set hardcore, gravitavano attorno alle stesse strade percorse da Emanuela Orlandi nelle sue attività di ragazzina che nel 1983 aveva appena quindici anni. A Palazzo San Macuto sarà ascoltata Patrizia Mannu, comparsa in quegli anni per diversi film di serie Z, e si approfondirà la figura di Marco Donati, legato a quel "Montaggio delle attrazioni" di via Cassia, un cineforum che era più di un circolo culturale: una cerniera tra l'underground romano e un mondo di "esche" per ragazze di buona famiglia. Perché il sospetto è che la trappola per Emanuela possa essere scattata proprio con la scusa di un provino, di un ruolo da comparsa, magari in una di quelle produzioni che all’epoca affollavano i cinema di periferia. Non è un caso che anche la sorella di Emanuela, Federica Orlandi, pochi giorni prima della scomparsa, fu fermata a San Pietro da un sedicente scout, quel Felix Welner già noto alle cronache, che le offrì 100 mila lire per apparire in "Gli ultimi giorni di Pompei". Un’offerta rifiutata, a differenza forse di quella fatta a Emanuela?
Il legame tra il caso Orlandi e il cinema non è però solo una questione di provini ambigui. C’è, come ricorda il Corriere della Sera, una trama parallela fatta di pellicole che sembrano messaggi in codice. Si passa dalle atmosfere pecorecce di "Con Pierino... che casino!", citato dal fonico Alfonso Montesanti nelle sue deposizioni, fino al cinema d'autore che, incredibilmente, incrocia il mistero. Pensiamo a Nanni Moretti e al suo "Habemus Papam": nel 2022 un incendio doloso ha distrutto a Cinecittà proprio la scenografia della Basilica di San Pietro usata nel film. Un rogo arrivato pochi giorni dopo la conferma che la bara di Katy Skerl era stata rubata, come profetizzato dal solito Marco Accetti, il "fotografo di scena" che da anni si autoaccusa del sequestro.
Accetti, figura ininquadrabile che mescola verità e depistaggi (è sua la voce nel famoso lato B di una videocassetta dagli audio inquietanti), sarà ascoltato dalla stessa Commissione parlamentare d’inchiesta nelle prossime ore. È l'anello di congiunzione tra la fotografia, il cinema e la sparizione. E ha pure legami con padre Arpa, il gesuita amico di Fellini. Ma il vero film maledetto resta "Liberate Emanuela", la pellicola di Gianni Crea sparita nel nulla dopo una sola proiezione. Un'opera che vedeva protagonista Ombretta Piccioli, incredibilmente somigliante alla Orlandi, e che fu prodotta in Turchia da personaggi legati a Bekir Celenk e alla pista bulgara. Quella copia, sequestrata e poi rubata dagli uffici della Gaumont, conteneva forse una verità troppo esplicita?