Nel 2025 Israele ha causato il 35% delle vittime civili tra Gaza, Libano e Siria. La Russia il 32% solo in Ucraina (Fonte: Action on Armed Violence; AOAV). Prendendo solo l’Ucraina e solo Gaza (e non gli altri fronti della guerra israeliana, come quello in Libano), nel 2025 sono morti più ucraini che palestinesi, 3045 contro 2534. Domanda: perché a Gaza parliamo di genocidio e in Ucraina no? Mentre il numero di morti civili cala a livello globale (-24%), in Ucraina la tendenza è opposta (-26%). In Israele il rischio, anche se apparentemente sembra essere diminuito, in particolare grazie al cessate il fuoco di ottobre, sembra sia rimasto sostanzialmente invariato. Perché l’aumento tragico delle morti civili in Ucraina non viene vissuto come un’emergenza? Un dato incontrovertibile riguarda i luoghi: la maggior parte delle morti civili è dovuta ai bombardamenti su aree civili. Sono conflitti urbani, a Gaza come in Ucraina, e la presenza o meno di eserciti regolari non rende la guerra migliore o peggiore. Tant’è che in Ucraina, nel 2025, senza alcun cessate il fuoco, i civili muoiono di più. Un altro dato certo è che in guerra si sta perdendo completamente di vista il principio di proporzionalità sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1977 e non si cerca più di evitare in ogni modo le vittime civile. La domanda vera è: è mai stato così? Chiedo.
Il punto non è ridimensionare o sminuire la portata della tragedia palestinese, né chiederci perché si manifesti molto di più per Gaza che non per Kiev. La risposta la conosciamo: gli ucraini somigliano troppo a noi per poter essere considerati solamente delle vittime. Sono troppo bianchi e occidentali, hanno macchine e vestiti troppo simili, per non pensare che qualcosa di male l’abbiano fatta anche loro. Il mito della purezza, che non è più il mito della “purezza della razza” ma della “purezza della vittima”, non si applica a chi ci somiglia, poiché la purezza della vittima implica la purezza del carnefice. Una vittima va vista come vittima e basta, tanto quanto il carnefice va visto come carnefice e basta. Quindi i palestinesi sono solo vittime e gli israeliani solo carnefici. Questa facile equazione non si applica agli ucraini. Loro sono un po’ vittime e un po’ carnefici (la loro “minigonna” di notte in strada è l’aver preteso di diventare europei ed entrare nell’Alleanza atlantica), i russi sono sì un po’ carnefici, ma anche vittime dell’imperialismo occidentale, che preme ai confini (vi parleranno, ancora e ancora, delle esercitazioni e basi Nato, autentico spauracchio che aiuta ad assolvere) e li innervosisce.
Le storie della Russia e dell’Ucraina sembrano contare (più a parole che nei fatti, visto che si ha il coraggio di sostenere, come Barbero e D’Orsi, che la Crimea sia cosa russa) e sono utili a bilanciare colpe e responsabilità. La storia del Medio Oriente, invece, è appiattita lungo la linea retta e continua dell’ideologia e cancella ciò che di quei territori, accanto ai soprusi israeliani, si sa da tempo (l’odio e l’intolleranza, nei Paesi arabi, nei confronti degli israeliani in quanto ebrei per esempio). Per darvi l’idea di una mappatura (attenzione: mappatura, non “dossieraggio” come in tanti amano dire ultimamente) dell’intellighenzia che va di moda, quella che funziona sempre, che usiamo per ogni tema, dalla Riforma della giustizia al Medio Oriente, basta guardare all’evento trasmesso a fine gennaio da Il Fatto quotidiano e organizzato da La Poderosa (insieme a tanti altri, tra cui il centro sociale torinese Askatasuna). Alcuni degli ospiti, mischiati tra loro: Francesca Albanese, Luciano Canfora, Piergiorgio Odifreddi, Alessandro Barbero, Marco Travaglio, Angelo D’Orsi, Moni Ovadia, Carlo Rovelli. L’evento si apre contro ogni censura e incitando alla resistenza. Ma resistenza a cosa? Non a Putin o all’Iran, che non vengono nominati, ma alla corsa al riarmo europeo e alla deposizione del dittatore Maduro, chiamato dal palco “presidente” (come a dire: leader legittimo e non dittatore). Resistere alla riforma della giustizia, alla russofobia dilagante e al genocidio palestinese. Guai a resistere alla tentazione di guardare con un po’ più di benevolenza a occidente.