Guardatevi bene questo video. Se la politica smette di capire il valore della vita, allora non ha più senso lottare. Il ragazzo pestato si chiamava Quentin, aveva 23 anni, era uno studente cattolico e militante della destra identitaria ed era stato chiamato a Lione per presenziare alla manifestazione pacifica di un collettivo femminista, il collettivo Nemesis, che era andato a protestare con uno striscione contro la conferenza all'Istituto di Studi Politici di Lione di Rima Hassan, un’esponente di estrema sinistra di La France Insoumise (LFI). Le ragazze del collettivo avevano chiesto a Quentin e a suoi amici di difenderle da eventuali attacchi della sinistra militante. Infatti quegli attacchi ci sono stati e Quentin, pestato a sangue, ha perso la vita a 23 anni.
No, questo non c'entra niente con la politica, non c'entra niente con l'antifascismo. Ora: tutti quelli che ogni volta che la destra se la prende con chi manifesta rivendicano il diritto di protestare, il diritto al dissenso. Come funziona? Queste libertà valgono soltanto quando sono esercitate a sinistra? E quando la sinistra, a differenza della destra, non critica la destra che manifesta e protesta ma ammazza. Di fronte a cosa siamo? Probabilmente a un punto di non ritorno.
É vero le aggressioni e gli omicidi politici sono diminuiti negli anni e la storia ci dà un’idea molto chiara di chi di solito commette questi crimini: la destra. In Italia questo è stato particolarmente vero, ma vale anche all’estero. In una analisi indipendente del Cato Institute, un think tank libertario di destra, lo si evidenzia in modo nettissimo. C’è un altro problema però, come dimostrano le ricerche non solo del Cato, ma anche dell’Economist e del Pew Research Center: la sinistra, che commette meno violenze politiche, è comunque più incline a giustificare i crimini.
Ne abbiamo parlato anche in occasione degli scontri di Torino. La violenza proletaria, come la chiamava Toni Negri, è uno strumento legittimo di lotta politica. La dialettica marxista, quello dello scontro, è sostanzialmente una dialettica dell’inciviltà, della sovversione. Ma se la politica non si basa sul valore non negoziabile della vita, allora non serve a niente. Sarà solo volontà di potenza e desiderio di morte, sarà scorie.
Quello che è successo a Quentin non è un caso, è frutto dell’ideologia e cioè della completa presa di distanza dalla concezione umana delle relazioni sociali. Non si hanno più davanti essere umani, persone, ma soggetti con cui si è in tensione costante, contro cui non può che esserci la lotta per la sopravvivenza.
Non è un caso che tutto l’arco politico moderato abbia condannato quanto accaduto, a partire dai socialisti di Glucksman fino a Macron. Non lo hanno fatto perché deboli, ma perché hanno scelto di muoversi fin dall’inizio all’interno dei limiti della democrazia, e cioè di un sistema vivo, aperto, continuamente sottoposto a trasformazioni e in continua evoluzione. Un sistema del genere fa paura a chi aderisce alle visioni schematiche del mondo, dallo storicismo allo scientismo e al fondamentalismo religioso. Sono visioni comode, difficili da estirpare. Ma sono anche le premesse per azioni di questo genere. Per l’omicidio. E per questo sono anche profondamente antiumane.