E’ tutto più grosso di loro, assurdamente più grosso di loro. Loro chi? Alberto Stasi e Andrea Sempio, uniti dal paradosso che la libertà di uno potrà dipendere dai dubbi sull’altro, ma uniti pure – visto che entrambi si dichiarano innocenti – dalla consapevolezza di quello che può succedere. Di come può andare a finire. E, purtroppo, pure di quanto oggi possano ritrovarsi a essere due pedine da mandare al massacro in una guerra che non riguarda più un caso di omicidio, ma uno scontro storico quasi senza precedenti sui temi della Giustizia. Se vogliamo giocare al “politicamente corretto” ok, se vogliamo fare finta di niente ok lo stesso, ma negare che quei due, Alberto Stasi e Andrea Sempio, oggi, rappresentano anche una partita sulla limpidezza e sulle ombre della magistratura in Italia in piena campagna elettorale per un Referendum significa credere alle favole. Chi ha ammazzato Chiara Poggi, purtroppo, è la domanda in subordine rispetto a qualcosa di più grosso. Meno spiegabile. Dannatamente politico. E oscenamente strumentalizzabile.
Così, mentre ci si concentra su trovate televisive che hanno valore zero, su dissing tra narratori, su scadimenti tristissimi di giornalisti che arrivano a esprimersi come trapper di periferia, Andrea Sempio s’è ritrovato ieri sera al TG1 e ha ammesso di avere paura. E’ una paura al di là di ciò che dice di non aver fatto (uccidere Chiara Poggi) e è una paura che Alberto Stasi ha visto concretizzata dopo due assoluzioni e una condanna in Cassazione a 16 anni di carcere arrivata dopo che persino il procuratore generale (quindi l’accusa) aveva chiesto di non procedere alla condanna. Chiara Poggi ne è uscita morta, ma la magistratura, da tutta questa vicenda, ne uscirà agonizzante a prescindere da quello che riuscirà a accertare. Il tutto mentre si aspetta la perizia della dottoressa Cattaneo, il cui deposito continua sibillinamente a slittare e mentre intorno a loro due, Alberto Stasi e Andrea Sempio, il circo non sa più cosa inventarsi per tenere alta l’attenzione.
Sì, Andrea Sempio al TG1 ha raccontato di non aver mai visto il video intimo di Chiara Poggi e Alberto Stasi. Ha riconosciuto – prima non l’aveva mai esplicitamente fatto – di aver caricato lui stesso, insieme all’amico Marco Poggi, il video della sua scorribanda scolastica nel PC di Chiara e così facendo ha inevitabilmente anche ammesso che certe ricerche un po’ borderline (o raccapriccianti?) partite da quel devices nello stesso giorno in cui risulta caricato il video potrebbero essere state fatte anche da lui e non solo dall’amico Marco, fratello di Chiara. Di tutto questo, però, si sta già occupando la Procura di pavia, i stanno già occupando decine di consulenti da una parte, dall’altra e pure dalla parte civile e il senso di andare a fare l’analisi “illogica” delle parole affidate da Sempio al TG1 è francamente incomprensibile. Perché al netto di tutta questa storia potrebbe aver ragione su tutto, ma tutto davvero, il giudice Vitelli (quello che in primo grado assolse Alberto Stasi): nessuno si concentra più sul dubbio. Anche quando è incredibilmente ragionevole.
E’, di fatto, ciò che in qualche modo ha detto lo stesso Andrea Sempio nell’intervista di ieri al TG1 quando ha ammesso di avere paura del futuro. E di come potrà andare a finire in un Paese che sembra aver rinunciato al peso del dubbio nella Giustizia lasciando che tanti dubbi, troppi, riguardassero tutta l’ingiustizia che c’è. Mentre intorno sembra che tutto quello che conti davvero sia continuare a narrare. A costruire. A autopromuoversi sulla pelle di una ragazza morta e di due ragazzi che invece sono vivi e che entrambi, anche se uno dalla galera e l’altro da libero, continuano a ripetere di essere innocenti. Non si tratta di scegliere chi dei due è bugiardo, ma di avere il dovere, prima di tutto, di trovare la certezza assoluta che non dicano entrambi la verità. Eppure sembra sia più opportuno chiedersi se la porta della cantina di casa Poggia sia oggi la stessa di 19 anni fa. Se si aprisse all’epoca con una spinta del piede piuttosto che con la mano come oggi, quasi dimenticando che quella porta, nel frattempo, è stata smontata, analizzata, girata e rigirata tante di quelle volte in 19 anni da non poter ormai più fugare scientificamente alcun dubbio se non nella testa di chi una posizione, per una qualche ragione, l’ha già presa chi è colpevole o chi innocente l’ha già stabilito dentro se stesso. Quasi ignorando pure un principio su cui siamo inciampati tutti quando abbiamo subito un qualche furto, quando ci è successo qualcosa e ci siamo sentiti rispondere, spesso anche dalle forze dell’ordine, che sono di più le volte che le impronte digitali non restano rispetto a alle volte che restano e sono utilizzabili.