Cosa c'è di più borghese del concetto di figura di merda: un'espressione che condanna la sostanza pur restando innamorata della metafora. Per non parlare della trita retorica del coaching, scolpita sui manuali motivazionali del supermercato: non mollare mai. E invece l'atleta e grande nichilista australiana, Joanna Wietrzyk, stella del circuito Hyrox, ha mollato, eccome. Gloria a Joanna che ha sovvertito i recessi vittoriani della nostra psiche, nel nome della sua assoluta vittoria. La cineasta della propaganda nazionalsocialista Leni Riefenstahl le avrebbe dedicato un sequel, il Trionfo della Volontà e della Merda. Joanna ha stretto i denti e soprattutto ha spinto, arrivando alla più clamorosa delle diarree, sciamata su ogni centimetro quadrato delle sue lunghe leve, e che ora la sta celebrando in tutto il pianeta: in preda all'incontinenza fecale, ha continuato a correre, fare burpees, vogare e lanciare i wall ball e a contaminare ogni attrezzo condiviso con gli avversari, tagliando il traguardo da prima in 1:01:23. Joanna D'Arc des Antipodes, figlia della sua storia, cognome ucraino polacco, la storia di un paese, l'Australia, che ha ospitato una delle ultime diaspore di europei in fuga dalla povertà e dalle guerre. Il dna rimane e lei l'ha dimostrato, senza compromessi.
Mistica della tigna, consumatasi in quella Pechino che si bea di essere avveniristica, colma di cessi che ti spruzzano sull'ano mentre il k-pop irrora i rumori medievali che noi tutti, belli, brutti, di destra e di sinistra, produciamo nell'anima. Pubblico cinese che ama vedere gareggiare droni che si schiantano e ridere. Lei li ha finalmente iniziati alla nostra realtà: nel nome del grande Occidente che rimette ciclicamente le cose a posto. Se non lo fa con l'inventiva, con la rivoluzione, con la guerra o coi massacri, lo fa dando nobiltà alla sostanza più umile e disprezzata prodotta dall'essere umano. Il sociologo Norbert Elias ci ha insegnato che il grado di civiltà di una società si misura dalla soglia di vergogna che i suoi membri hanno imparato a provare per il proprio corpo, dalle funzioni escretorie in giù. Joanna ha deciso di fare tabula rasa di un secolo di pudore borghese.Parliamo anche un po' di Hyrox, disciplina per stoici che vogliono sparire dal parterre almeno due ore al giorno, con la scusa che devono allenarsi sul tapis roulant, sulle stazioni di forza, agli affondi con il sandbag, al vogatore, nelle spinte con la slitta e tutte quelle pratiche alternative al sadomaso di Berlino.
Lo sport ad alta intensità ha sempre avuto un rapporto tormentato con l’intestino. Paula Radcliffe, leggenda del mezzofondo, si accovacciò a bordo strada durante la maratona di Londra del 2005 senza fermare il cronometro, e vinse comunque. Nel sollevamento pesi, con i carichi massimali e la pressione intra addominale alle stelle, la flatulenza è norma e nessuno ride, si ricorre al pannolone sotto la cintura. Per non parlare di Elvis, morto non incastrato nel water e cosparso di feci. Gli antichi, in questo, erano più onesti di noi. I romani costruivano le foricae, latrine pubbliche a più posti dove si defecava fianco a fianco chiacchierando di politica, senza una parete divisoria a difendere un pudore che semplicemente non esisteva. L'igiene era un fatto collettivo, non un segreto da custodire in solitudine. E lo sport, presso i greci, non era meno spietato con le viscere. La leggenda di Fidippide, il messaggero che corse da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria, stramazzando al suolo inanime, racconta un corpo spinto oltre ogni limite fisiologico fino al collasso totale, sfinteri compresi. Le legioni romane in marcia conoscevano fin troppo bene la dissenteria, eppure nessun cronista dell'epoca ha mai sentito il bisogno di elaborare eufemismi igienizzanti nel resoconto di una campagna militare. La vergogna per le proprie feci è un'invenzione molto più recente, borghese appunto, figlia del sapone, della pubblicità, della decenza da tinello che l'uomo del dopoguerra porta con sé. Joanna ci ha dimostrato che la tigna, quella vera, forse non sta nel resistere a qualunque crampo, ma nell'irrefrenabile incapacità di fermarsi: perché conta solo il nostro obiettivo.