Gli Oasis fanno più che tirarti su. Cadono insieme a te, si rialzano insieme a te. Nessuna scoperta delle origini: in fondo, sapevamo già tutto. Don’t Look Back in Anger non fa altro che mettere in scena l’energia immediata della musica dei fratelli Gallagher. Dopo lo scontro che nel 2009 aveva fatto saltare la band, Liam e Noel tornano in studio per le prove. Il loro rapporto si ricostruisce senza bisogno di faccia a faccia: è bastato suonare insieme. Il popolo ultrà degli Oasis ha riaccolto e perdonato la band, nonostante sedici anni di vuoto e la solita testa di caz*o di Liam, che sembra non fregarsene di niente. “Ma ci devi tenere tantissimo per sembrare che non te ne freghi niente”. Cappelli da pescatore e parka hanno riempito gli stadi di tutto il mondo. Lacrime sui volti dei più giovani, genitori e figli che si abbracciano. “È una cosa che mi commuove ogni volta”, dice Noel. Le tappe del docufilm, ideato da Steven Knight e diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, sono scandite dai pezzi degli album più iconici, da What’s the Story Morning Glory?, Definitely Maybe, il titolo paradossale che ha cambiato tutto. “It’s good to be back”.
In sala, a Venezia, si percepisce che quelle frequenze toccano ancora gli affezionati. Ma Knight lo ha detto chiaramente: non è un film solo per i superfan. Tutti possono andarlo a vedere ed emozionarsi. Magari ripensare a un pezzo ascoltato per anni con indifferenza e provare a cogliere qualcosa in quelle note che hanno mosso migliaia di persone. Da una coppia di artisti distrutta dall’ego e da futili motivi arriva il messaggio di sempre: Don’t Look Back in Anger. C’è tempo per sistemare i casini. Perdonarsi. Liam ci ha creduto fin dall’inizio: “I need to be myself / I can be no one else”. Nel bene e nel male. Il ragazzo vestito casual che beve, fuma, si droga come tanti ragazzi di Manchester. È bello che siano tornati. E il fuoco cammina ancora con loro.