Sarà che la testa fa sempre associazioni strane, ma quella foto che circola da giorni di Marc Marquez con il braccio scavato ricorda un po’ l’iconografia a cui è ricorso Oliver Stone per Jim Morrison, ai tempi del film The Doors. Morrison, quello vero, aveva un che di atavico con gli sciamani, col soffrire che diventa sentire e il sentire che diventa urlare. Marc Marquez c’ha quella stessa cosa lì: solo che urla vincendo. Imponendosi. Sul fronte opposto, oltre quello specchio in cui il 93 s’è riflesso e mostrato, però, c’è ancora anche una cattiveria antica che lo insegue. Una rabbia da curva che non vuole passare mai, perché l'odio – molto più dell'amore – fa sentire parte di un gregge. Domenica, sull’asfalto del GP di Misano, il copione rischia di ripetersi. Partirà il solito coro di fischi contro Marc Marquez, puntuale come un'ossessione che non sa invecchiare? Un rancore rimasto fermo a quell'autunno del 2015, trasformato in dogma per chi ha non perdonato una spietata fame di carne e vittoria mescolata a qualcosa di simile al tradimento. Ma davvero, a distanza di undici anni, abbiamo ancora qualcosa da perdonare? O la nostra incapacità di girare pagina è solo la solita reazione invidiosa di fronte a chi ci ricorda quanto cazzo fa paura il talento?
Basta guardare la terza immagine di quel carosello che lo spagnolo ha scaricato qualche giorno fa su Instagram: una foto che andrebbe studiata come si studia una reliquia o una perizia medico-legale. C’è quest'uomo a torso nudo, agganciato a una sbarra in palestra. Ma non c'è nulla di estetico, nulla da esibire. La spinta del braccio e della spalla mostra una voragine, un muscolo scavato che sembra azzannato da una belva, in un'asimmetria mostruosa con la parte sinistra. È il conto finale di sette operazioni chirurgiche, il bilancio di una guerra iniziata con il botto di Jerez 2020 e proseguita tra infezioni, ossa riposizionate male, placche spaccate e viti da estrarre a un millimetro dal nervo radiale.
Nelle tragedie antiche il dolore non capitava mai per caso: era il prezzo da pagare per capire fin dove ci si poteva spingere. Sofocle, nell' Edipo a Colono, faceva dire al suo vecchio sovrano cieco e distrutto: “Il soffrire, il tempo lungo e l'animo grande mi insegnano ad essere forte”. Marquez è esattamente questo, al di là di quel 2015 che ha diviso, che resta lì, che nessuno cancellerà, ma per il quale si può fare anche basta. Come? Prendendo coscienza, senza nulla togliere a altri eroi e senza volerli paragonare (gli eroi non si paragonano), che quel ragazzo oggi 33enne è uno che ha rubato il fuoco e adesso paga il conto con il proprio corpo, giorno dopo giorno. Con una spalla ridotta in quel modo qualunque persona normale faticherebbe anche a tirarselo fuori per pisciare. Lui, Marc Marquez da Cervera, ci tiene a bada, fino a farla vincere, una Desmosedici che non è neanche più la migliore del mazzo, nascondendo le fitte pure ai suoi ingegneri pur di non elemosinare scuse.
Ricordiamocelo: chi domenica starà sugli spalti a fischiare quel braccio offeso non starà insultando un campione. Starà solo cercando di esorcizzare un fantasma. Fischia perché è più facile odiare il ricordo di un torto che ammettere la grandezza di chi si è fatto smontare e rimontare i pezzi d'osso per sette volte pur di continuare a vincere. Il dolore cambia la pelle delle persone: brucia le arroganze giovanili e ti lascia in mano solo l'essenziale. Fino a ammettere che la pista – intesa come competizione - è l'unico posto al mondo dove quella carne martoriata fa male un po’ di meno. E ha pure un valore in più.
Guardiamo la foto prima di staccare il biglietto all’ingresso del Misano World Circuit Marco Simoncelli nel fine settimana che sta arrivando. Guardiamo quella spalla scavata e pensiamoci bene. Marquez non ha bisogno della nostra assoluzione: dai fischi e dall'aria velenosa ha sempre succhiato energia per battere tutti. Il perdono serve a noi. Serve a chi ama questo sport per ricordarsi che di fronte a un uomo che ha attraversato l'inferno per tornare in sella, l'unica risposta civile è il rispetto. O, al limite, un silenzio chiarissimo.