È estate, fa un caldo tremendo e sul delitto di Garlasco, dopo mesi di informative analizzate parola per parola e consulenze incrociate, c’è davvero più niente di nuovo da dire. Salvo aspettare settembre. L’algoritmo, però, ha sempre fame di Garlasco e tutto, adesso, rischia di marcire al sole, esposto ai venti e ai temporali troppo veloci dei media e alle patologie di un sistema d’indagine che oggi sembra proprio la rivincita del rigore sull’approssimazione. Spunti nuovi? Non ce ne sono. Ci sono, però, gli approfondimenti e le interviste, che un titolo lo danno sempre. Soprattutto quando c’è di mezzo l’avvocato Antonio De Rensis. Il colpaccio di intervistarlo ancora senza le tempistiche obbligate della tv è stata la solita Buga, nel suo Bugalalla Crime. Il video, che pubblichiamo in fondo a questa pagina, è uno spasso e bisogna riconoscerlo.
Se vi aspettavate il solito bollettino tecnico infarcito di legalese, infatti, vi sbagliate. L'intervista ha piuttosto le sembianze di una guida turistica nell'assurdo, che parte dall'immancabile contorno di insulti e bassezze private – con intercettazioni d'epoca in cui la difesa viene definita nei modi più coloriti, da "pazzi" fino a epiteti che qui per eleganza sorvoliamo – per arrivare al vero piatto forte: l'epidemia di amnesia che sembra aver colpito chi, nel lontano 2007 e ancora peggio nel 2017, aveva il compito di capire cosa fosse successo in quella villetta di via Pascoli il 13 agosto del 2007.
Tra una battuta sui fagiani del giardino dell'avvocato e qualche punzecchiatura alla corte di opinionisti da salotto, a rendere tutto molto serio – e pure triste - è la disarmante facilità con cui la memoria istituzionale è andata a quel paese. Quando un servitore dello Stato, chiamato a ricostruire le fasi salienti di uno dei casi di cronaca nera più clamorosi del secolo, si presenta davanti a un magistrato collezionando un "non ricordo" dietro l'altro, il minimo che si possa fare è trasformare l’ironia in sarcasmo. De Rensis concede la buona fede, ci mancherebbe. Ma lascia intendere che, mentre per i grandi investigatori abituati alle prime pagine scatta la comprensione per la mole di lavoro, per chi gestiva le indagini sul campo si tratta di una rimozione collettiva che sfiora la magia.
Il problema è che su queste "rimozioni" si costruiscono i destini delle persone. Prendiamo le testimonianze, per dire. C’è una differenza grossa tra chi si presenta e racconta i fatti con spontaneità e chi, al contrario, comincia a ricordarsi i dettagli soltanto quando gli investigatori gli sventolano sotto il naso i tabulati telefonici. Si chiama attendibilità. Eppure, all'epoca, le palesi contraddizioni tra ciò che veniva detto nelle stanze ufficiali e ciò che i testimoni borbottavano al telefono con parenti e amici venivano archiviate con una scrollata di spalle. Siamo arrivati anche al punto – sottolinea il legale - in cui assistiamo all'acrobazia concettuale di chi chiede di applicare il "ragionevole dubbio" non già per evitare di condannare un innocente, ma per alimentare la certezza della sua colpevolezza.
Il vero De Rensis pensiero? Probabilmente, senza avere la presunzione di essere nella sua testa, è che a far paura a una certa intellighenzia giudiziaria non sia tanto la difesa di Stasi, quanto il fatto che il pubblico abbia smesso di bere qualsiasi narrazione preconfezionata. I cittadini oggi vogliono leggere gli atti, guardare i dati ed evidenziare le storture. Vogliono capire come sia possibile che quattro capelli in un lavandino o un'impronta cancellata finiscano non notati o smarriti.