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La benedizione

I due anarchici morti mentre stavano preparando una bomba a Roma, le piste da Cospito al sistema ferroviario e il problema del male secondo G. K. Chesterton

Riccardo Canaletti

21 marzo 2026

Due anarchici sono morti mentre preparavano, pare, una bomba in un casale al Parco degli Acquedotti di Roma. La pista terroristica è quella che si vuole verificare. A cosa serviva quella bomba? A essere anarchici fino in fondo. Ma cosa vuol dire essere anarchici? Prima che criminali, vuol dire chiaramente essere uomini che credono molto (ma nel Dio sbagliato)

“C’è chi aspetta la pioggia / per non piangere da solo / io sono d’un altro avviso / son bombarolo”. E le altre citazioni a portata di mano. Eppure, leggendo della notizia dei due anarchici morti in un casale crollato mentre fabbricavano una bomba, mi viene in mente invece L’uomo che fu giovedì  di G. K. Chesterton, in cui gli anarchici (che, per semplificare, sarebbero semplicemente gli atei, anzi gli anticlericali) sono parte di una vasta teodicea, e cioè del grande paradosso del male nel mondo nonostante Dio. Ciò che vi è di diabolico nell’anarchico è la sua umanità. Il Segretario del Gran Consiglio anarchico dice: “La dinamite, oltre a essere la nostra arma migliore, è anche il nostro simbolo migliore. È un simbolo perfetto quanto lo è l’incenso che accompagna le preghiere dei cristiani: si espande. Ed è distruttiva proprio perché si diffonde; allo stesso modo, il pensiero è distruttivo proprio perché si diffonde. La mente di un uomo è una bomba” (dalla nuova traduzione a cura di Annalisa Teggi). Il gioco, dunque, non è condannare un anarchico, ma andargli incontro, disinnescare l’umanità dinamitarda con l’umanità - nel caso di Chesterton - cattolica. 

Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due anarchici morti a Roma mentre stavano preparando una bomba
Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due anarchici morti a Roma mentre stavano preparando una bomba Ansa

Torniamo ai fatti riportati dai quotidiani: Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano erano due anarchici finiti a processo più volte. Stavano costruendo un ordigno in un casale al Parco degli Acquedotti (Roma). Pare fossero del gruppo di Alfredo Cospito, l’anarchico al 41bis. Forse l’ordigno sarebbe servito a innescare la nuova campagna a favore del compagno in carcere, visto che a maggio scadrà il decreto del 41bis. O, riportano i giornali, l’obiettivo era ancora una volta la rete ferroviaria. Non lo sapremo. Stavano facendo il loro lavoro, o meglio il lavoro a cui la maggior parte dell’umanità si dedica il grosso del tempo: peccare. Lo stavano facendo bene, così bene da essere morti sotto le macerie e per quel loro stesso esplosivo. Non è forse altro che questo l’anarchia, una decostruzione di se stessi fino, talvolta, alla distruzione? SI guardavano allo specchio e vedevano una causa, un compagno in carcere, una solidarietà senza frontiere e senza limiti tale da renderli disinibiti proprio nelle azioni che più di tutto mancano di empatia verso il mondo e solidarietà. Nel casale c’erano dei chiodi. Forse un modo per amplificare l’effetto distruttivo della bomba, e cioè, come abbiamo detto, del pensiero? O forse gli appoggi necessari verso una scalata fragorosa e irragionevole, dove alle idee si sostituisce l’acciaio. Diciamolo in modo diverso: cosa sono due anarchici morti se non due “poveri cristiani”, due persone come noi, la cui unica colpa è stata quella di credere troppo nel Dio sbagliato? Il Dio della rivoluzione. 

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