«Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust». Due anime abitano, ahimè, nel mio petto. È uno dei versi più celebri del Faust di Johann Wolfgang von Goethe, e difficilmente se ne potrebbe trovare uno più appropriato per raccontare Fatherland, il nuovo film di Paweł Pawlikowski, un'opera di un'eleganza formale, estetica e fotografica davvero impressionante, un vero e proprio non plus ultra nell'utilizzo di un rigorosissimo bianco e nero che ci trasporta nella Germania del 1949, a soli quattro anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, dalla capitolazione e dal crollo del Terzo Reich.
Pawlikowski mette in scena il viaggio che Thomas Mann, insieme alla figlia Erika, che gli faceva sostanzialmente da assistente e interprete multilingua, compì proprio in quell'anno attraverso le due Germanie, quella occidentale e quella orientale, ancora occupate dalle potenze vincitrici e ormai avviate verso una divisione destinata a segnare la storia europea per i successivi quarant'anni. Mann mancava dalla Germania dal 1933, quando, all'indomani della presa del potere di Adolf Hitler, aveva intrapreso la strada dell'esilio, prima in Europa e poi negli Stati Uniti, di cui sarebbe diventato cittadino nel 1944. Sedici anni dopo tornava dunque nella sua Vaterland, nella sua Heimat, quella terra natale con la quale non aveva mai reciso del tutto il legame affettivo, intellettuale e culturale, e alla quale continuava ad appartenere attraverso la lingua, la letteratura e la propria formazione.
Il film ha una scena d'apertura clamorosa e una scena di chiusura altrettanto straordinaria, due momenti che sembrano rispondersi e che danno il senso di un'opera costruita attorno a una contraddizione mai risolta. All'inizio vediamo Klaus Mann, il figlio scrittore, l'autore di Mephisto, il fratello amatissimo da Erika, un uomo tormentato, segnato dalla dipendenza dalle droghe e da un rapporto difficilissimo con il padre. Klaus telefona alla sorella e, nel corso di una lunga conversazione, mette alla berlina Thomas Mann, la sua doppiezza morale, il suo essere un uomo di un'altra epoca che torna nella Germania del dopoguerra per essere celebrato da quelle stesse potenze che se la stanno dividendo. Il grande scrittore, il premio Nobel, la coscienza letteraria della nazione, diventa così, agli occhi del figlio, una sorta di figura da esibire nelle cerimonie ufficiali, utile tanto agli americani quanto ai sovietici, ciascuno impegnato a rivendicare per sé l'eredità della cultura tedesca.
Ma è soprattutto quando Klaus parla della lingua del padre che la sua accusa diventa interessante. Thomas Mann ha portato il tedesco a un livello di perfezione stilistica quasi irraggiungibile, a una bellezza olimpica, a una raffinatezza che appartiene ai grandissimi della letteratura. Eppure quella stessa lingua, sostiene Klaus, è anche la lingua perfetta per dire le bugie. Per mentire elegantemente, per nascondersi dietro la perfezione delle parole, per costruire discorsi meravigliosi che possono dire tutto senza necessariamente rivelare nulla. È un'osservazione feroce, perché non mette in discussione la grandezza letteraria di Thomas Mann, anzi la riconosce pienamente, ma proprio in quella grandezza individua la possibilità di una dissimulazione morale. Naturalmente non si tratta di stabilire se Klaus abbia ragione nel giudicare il comportamento politico del padre, che dall'esilio si oppose al nazismo, quanto di comprendere il significato di un'accusa che riguarda la distanza tra la perfezione dello scrittore e le contraddizioni dell'uomo.
Ed è proprio questa distanza che Pawlikowski esplora durante tutto il viaggio. Thomas Mann continua a fare quello che ha fatto per tutta la vita: scrivere. Scrive e riscrive discorsi, prepara prolusioni pubbliche, corregge le parole, perfeziona la forma. Deve parlare davanti alle platee della Germania occidentale e di quella orientale, in occasione delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Goethe, e naturalmente lo fa in maniera magnifica, con quella padronanza della lingua tedesca che ne ha fatto uno dei massimi scrittori del Novecento. Ma intanto, mentre il padre scrive e si prepara a ricevere gli onori che gli spettano, Erika osserva ciò che accade attorno a loro e comprende quanto tutto questo abbia anche qualcosa di profondamente ambiguo, se non addirittura di inutile.
Perché la Germania del 1949 è una Germania apparentemente ripulita, nella quale le potenze vincitrici stanno costruendo i rispettivi sistemi politici, mentre una parte considerevole della società tedesca sembra essersi già liberata con sorprendente facilità del proprio passato. Thomas Mann viene celebrato a Francoforte e a Weimar, in due mondi ormai ideologicamente contrapposti, e pronuncia discorsi meravigliosi davanti a platee gremite, ma Erika guarda i volti di quelle persone e riconosce la Germania di pochi anni prima, la Germania nazista, quella che adesso si presenta rispettabile, democratica o socialista, senza aver necessariamente fatto i conti con le proprie responsabilità.
Durante uno dei ricevimenti incontra anche Gustaf Gründgens, suo ex marito, uno dei più grandi attori del teatro tedesco, la cui carriera era prosperata durante il Terzo Reich e che, dopo la guerra e la prigionia sovietica, è tornato a recitare nei migliori teatri della Germania. E che cosa interpreta? Faust, naturalmente. Proprio lui, che aveva ispirato il protagonista di Mephisto, il romanzo di Klaus Mann sul compromesso tra l'artista e il potere nazista. È un incontro che dice molto sulla Germania del dopoguerra, sulle sue continuità, sulle sue rimozioni, su quella capacità di tornare alla normalità senza aver necessariamente affrontato il significato di ciò che era accaduto.
Erika Mann è interpretata da Sandra Hüller, un'attrice semplicemente fantastica, forse la migliore della sua generazione, capace di recitare in tedesco, inglese e francese con una naturalezza impressionante e soprattutto di dare al personaggio un'intensità che non ha mai bisogno di diventare enfatica. La sua Erika conosce il padre, ne ammira il genio, sa perfettamente che cosa rappresenti per la cultura tedesca, ma conosce anche le sue debolezze, le sue reticenze, la sua incapacità di affrontare certe questioni familiari. E a un certo punto lo mette davanti a ciò che Klaus aveva già intuito: la bellezza delle parole non basta, i discorsi non cambiano necessariamente le cose, soprattutto quando vengono pronunciati davanti a persone che hanno già trovato il modo di assolversi.
Il confronto diventa ancora più doloroso quando torna a emergere la figura di Klaus. Thomas Mann reagisce con durezza, liquidando il figlio come un uomo debole, malato, drogato, incapace di trovare un equilibrio nella propria esistenza. Erika non può accettarlo, perché Klaus era il fratello amatissimo, quello che aveva condiviso con lei tante esperienze, quello che aveva visto e compreso forse meglio di tutti la doppiezza del padre. Ed è proprio questa la questione: Thomas Mann, il grande scrittore, l'uomo capace di raccontare come pochissimi altri la complessità della condizione umana, sembra incapace di riconoscere fino in fondo quella stessa complessità nel proprio figlio.
«Due anime abitano, ahimè, nel mio petto», scriveva Goethe. E due anime abitano certamente in Thomas Mann, ma anche nella Germania che Pawlikowski ci mostra, il Paese di Goethe, Schiller, Beethoven e Bach, che è stato anche il Paese del nazismo, di Auschwitz, della distruzione dell'Europa. Come è stato possibile? Come ha potuto la nazione che aveva prodotto alcune delle più alte espressioni della cultura europea rendersi protagonista di una simile catastrofe? Sono domande che attraversano il film e alle quali Pawlikowski non pretende di dare una risposta definitiva, perché il problema non riguarda soltanto la Germania, ma la stessa natura dell'essere umano, la sua capacità di convivere con contraddizioni che nessuna grandezza intellettuale o artistica può cancellare.
Tutto questo è raccontato attraverso una regia di rigore straordinario, una fotografia di Łukasz Żal che utilizza il bianco e nero con una precisione impressionante, un ritmo perfettamente controllato e una sceneggiatura nella quale i dialoghi hanno un'importanza fondamentale. Pawlikowski non si limita a ricostruire la Germania del 1949, ma ne restituisce la condizione materiale e morale, le città devastate dai bombardamenti, gli edifici sopravvissuti alla guerra, le strade percorse dai mezzi militari delle potenze occupanti, i paesaggi che conservano ancora qualcosa dell'antica Germania romantica. Ed è proprio in uno di questi paesaggi che ambienta una scena conclusiva che considero semplicemente sublime, nel significato più profondamente romantico e tedesco del termine.
Thomas ed Erika stanno attraversando ancora una volta la Germania in automobile, preceduti da una jeep militare, forse americana, forse sovietica, e in fondo non importa, perché la Germania è ormai il territorio sul quale si confrontano le due grandi potenze. Alla radio si alternano le emittenti occidentali e orientali, con i loro segnali, le loro musiche, la loro propaganda. A un certo punto, però, padre e figlia notano un edificio religioso, una chiesa danneggiata dai bombardamenti. Lasciano proseguire la jeep, fermano l'automobile, tornano indietro ed entrano.
La chiesa è semidistrutta, in parte aperta alla luce del giorno, con le macerie ancora disseminate al suo interno. Due uomini stanno lavorando al restauro di un organo, provandone le canne, verificando il funzionamento dello strumento. E lentamente comincia a diffondersi la musica di Johann Sebastian Bach, Jesus bleibet meine Freude, dalla cantata BWV 147. Il suono cresce, l'organo recupera progressivamente la propria potenza, la musica riempie lo spazio della chiesa, attraversa le sue parti distrutte, si diffonde in quella giornata di sole nella Germania del 1949, ancora in piedi nonostante tutto, ma con l'anima ferita, divisa non soltanto tra Oriente e Occidente, bensì in mille frammenti, come le coscienze dei suoi cittadini. Thomas ed Erika si siedono sulle macerie ad ascoltare. E Thomas Mann si mette a piangere.
È una scena di una bellezza difficile da descrivere, anche perché Pawlikowski non ci dice che cosa stia pensando il grande scrittore. Ma è impossibile, dopo tutto quello che abbiamo visto, non pensare a Klaus, a quel figlio che Thomas non è mai riuscito a comprendere, o che forse non ha mai voluto comprendere davvero. Klaus, che aveva capito meglio di tutti quanto il padre fosse un uomo come gli altri, con la grandezza del letterato olimpico, immortale, ma anche con le debolezze, le bassezze o, più semplicemente, le normalissime contraddizioni di un essere umano fallibile, incompleto, destinato a rimanere irrisolto. Ed è proprio qui che il film raggiunge, a mio avviso, il suo punto più alto. Thomas Mann, che per tutta la vita ha scritto, parlato, costruito discorsi di una perfezione letteraria quasi assoluta, si trova davanti a qualcosa che non può più esprimere attraverso le parole. È la musica di Bach, in quella chiesa distrutta, a dare forma a ciò che la sua lingua meravigliosa non riesce a dire. Non sappiamo se quelle lacrime siano per Klaus, per la Germania, per la propria vecchiaia o per tutto questo insieme, e forse non è nemmeno necessario saperlo. Quello che conta è vedere il grande scrittore seduto sulle macerie della propria patria, accanto alla figlia, mentre ascolta una delle più alte espressioni della cultura tedesca e finalmente si lascia andare al pianto.
Fatherland è un film sulla condizione dell'essere umano tedesco, certamente, ma anche sulla condizione umana in generale, sulle contraddizioni che ci abitano, sull'impossibilità di essere definitivamente risolti, sulla distanza che può separare la grandezza delle nostre opere dalla fragilità delle nostre esistenze. Ed è un film nel quale l'estetica, la regia, la fotografia, il ritmo e la scrittura raggiungono un livello rarissimo, senza che la perfezione della forma finisca per soffocare la complessità di ciò che viene raccontato.
Pawlikowski firma un'opera di grande cinema, con una scena d'apertura e una scena conclusiva che si richiamano e si completano, perché tutto comincia con Klaus che mette in discussione le parole del padre e tutto finisce con Thomas Mann che, per una volta, non ha più parole.
Un filmone. Un instant classic.