"Questo suona verticale... La musica che facciamo noi non lo è, è circolare, capisci?". Ecco, forse per raccontare Pino Daniele bisognerebbe partire proprio da qui. Dalla musica circolare. Una musica a tutto tondo, che mescola blues, jazz, Napoli e Mediterraneo, ma che soprattutto finisce per tracimare nella vita di una persona complicata, cresciuta in un contesto non facile, per usare un eufemismo, e forse sopravvissuta proprio grazie alla musica. Che poi, a un certo punto, si prende tutto. Anche troppo. Questo è Je so' pazzo, il biopic, direbbero quelli bravi, ovvero il film sulla vita, almeno una parte, di Pino Daniele. Un film che, lo vogliamo sottolineare subito, si allontana dal classico ritratto da santo laico di tanto, troppo cinema nostrano, per non dire internazionale (vero, "Michael"?). Niente santini, niente ritratti olografici, niente genio incompreso da celebrare a prescindere. Nicola Prosatore costruisce invece un racconto piuttosto rigoroso dell'artista e dell'uomo Pino. Che poi, probabilmente, sono la stessa cosa.
Il Pino che incontriamo all'inizio è ancora Pinotto, il ragazzino dei bassi napoletani che da bambino si trasferisce a vivere dalle zie per le condizioni indigenti della famiglia. Il padre Gennaro, interpretato da un ottimo Giovanni Ludeno, vive di mezzucci e spende nel gioco i pochi soldi racimolati al porto di Napoli. Un personaggio tutt'altro che simpatico, al quale Ludeno riesce però a dare una sua consistenza, senza farne il solito padre cattivo da manuale. È un uomo debole, irresponsabile, incapace di prendersi cura dei propri figli, eppure ingombrante anche quando non c'è. E nel rapporto tra lui e Pino c'è uno degli aspetti più interessanti del film. Pinotto cresce, studia, si diploma in ragioneria e intanto si ritrova con una testona piena di ricci e di musica. Lo vediamo con il suo primo gruppo, i Batracomiomachia, nome che sembra un ricordo delle scuole, mentre frequenta i localini della città con scarso successo. Ma a lui interessa soltanto suonare. Il resto viene dopo, ammesso che venga. Ed è proprio quando entra nella Napoli musicale della seconda metà degli anni Settanta che il film comincia a funzionare davvero bene. La ricostruzione della città e dell'Italia di quegli anni è accurata, senza quell'effetto cartolina d'epoca che spesso accompagna le produzioni ambientate nel passato. Siamo nella Napoli del Neapolitan Power, dei Napoli Centrale di James Senese, di una generazione di musicisti che guarda al jazz e al blues americano ma ha ben chiaro da dove viene. E che, soprattutto, non ha alcuna intenzione di limitarsi a riprodurre quello che arriva da fuori.
In questo ambiente Pino cresce musicalmente, incontra altri musicisti, assorbe, sperimenta, cambia idea. Ci sono Rosario Jermano, interpretato da Giuseppe Brunetti, Rino Zurzolo, al quale dà volto Riccardo Betteghella, James Senese, interpretato da André Garofalo, Tony Esposito, interpretato da Luca Chikovani, e Tullio De Piscopo, cui presta il volto Yuri Pascale Langer. E poi il produttore Claudio Poggi, interpretato da Giampiero De Concilio, e il manager Willy David, affidato a Leonardo Bianconi. Il film riesce a restituire abbastanza bene la dimensione collettiva di quella stagione, senza trasformare tutto in una sfilata di personaggi famosi da riconoscere. Perché Pino Daniele è stato certamente un talento fuori dal comune, ma quella musica nasceva anche dall'incontro tra persone che avevano idee, sensibilità e modi di suonare differenti. E forse è proprio questo il senso della musica circolare di cui parla il film. Non un solista con gli altri dietro, ma musicisti che si ascoltano, si rincorrono, si confrontano. Anche litigando, naturalmente. Poi arriva la svolta. Pinotto diventa finalmente Pino Daniele quando decide di cantare le proprie canzoni. Non succede tutto in un momento, non c'è la classica scena della folgorazione con il produttore che si alza in piedi e capisce di avere davanti un genio. È un percorso fatto di tentativi, incontri più o meno fortunati, piccoli successi, qualche delusione e soprattutto una gran testardaggine. Massimiliano Caiazzo, nei panni di Pino, è molto bravo. E lo è soprattutto perché evita la trappola più pericolosa per un attore chiamato a interpretare un personaggio così riconoscibile: la macchietta. Non cerca di fare l'imitazione di Daniele, anche se naturalmente ne riprende la gestualità, la postura, il modo di parlare. Cerca piuttosto di restituirne il carattere, che non doveva essere esattamente una passeggiata.
Il Pino raccontato da Prosatore è un ragazzo che sa quello che vuole, o almeno sa benissimo quello che non vuole. Non accetta compromessi sul modo di fare musica, pretende molto dagli altri e ancora di più da sé stesso. È rigoroso, spesso fin troppo, e quando comincia a guidare il gruppo diventa un leader esigente, a tratti rigido, capace di rendere la vita complicata a chi gli sta attorno. Perché la musica deve essere fatta in un certo modo, il suo, e se qualcuno non è d'accordo il problema è soprattutto suo. Ma il film non si ferma al musicista. Anzi, una delle cose migliori è proprio il modo in cui mette continuamente in relazione la musica con il resto della vita di Daniele. Pino ama la moglie Dorina, interpretata da Mariasole Pollio, ama i figli, ma li lascia spesso soli. E quando è a casa sembra quasi un fantasma, uno che non vede l'ora di sparire nuovamente in sala prove. Pollio restituisce bene questa dimensione domestica, quella di una donna che deve fare i conti con un marito presente a intermittenza, sempre preso da qualcosa che evidentemente viene prima di tutto il resto. Ed è qui che il ritratto si fa interessante. Perché Prosatore non cerca di giustificare continuamente Pino in nome del suo talento. Non ci dice che bisogna perdonargli tutto perché ha scritto canzoni straordinarie. Ci mostra semplicemente un uomo che ha trovato nella musica una ragione di vita, ma che proprio per questo finisce per trascurare le persone che gli sono più vicine. E poi c'è Napoli. La città che Pino ama e dalla quale, allo stesso tempo, sembra voler prendere le distanze. Una specie di figlio rinnegato, o forse un figlio che rinnega. Proprio come accade con il padre, mai davvero perdonato per averlo lasciato andare a vivere dalle zie. Ma viene anche da chiedersi se quel rifiuto non nasconda qualcosa di più complicato. Se Pino non finisca, almeno in parte, per assomigliare proprio a quell'uomo dal quale ha cercato per tutta la vita di allontanarsi. La durezza, l'ostinazione, la difficoltà di stare vicino agli altri, la tendenza a sparire quando le cose diventano complicate. Il film suggerisce questa somiglianza senza insisterci troppo, e fa bene. Anche perché il rapporto tra padre e figlio è già abbastanza doloroso così, senza bisogno di spiegazioni psicologiche a ogni scena. Giovanni Ludeno è davvero convincente nel rendere Gennaro una figura scomoda, ma non banale. Un uomo che ha fatto molti danni e che forse non è mai stato capace di capire fino in fondo quali. Molto buone anche le scene musicali, girate con cura e con un'attenzione quasi filologica per la strumentazione utilizzata, gli amplificatori, le chitarre, il modo di stare sul palco e soprattutto l'attitudine dei musicisti. Sono dettagli che possono sembrare secondari, ma che in un film del genere fanno una differenza enorme. Perché vedere degli attori che fingono di suonare è una cosa, avere la sensazione di trovarsi davanti a una band vera è un'altra. Qui, per fortuna, la musica non sembra messa lì soltanto per accompagnare il racconto o per far partire l'applauso quando arriva una canzone famosa. È parte della storia, ne determina il ritmo, spiega i rapporti tra i personaggi molto più di tanti dialoghi. E quando Pino e gli altri suonano insieme si capisce anche meglio cosa intendesse con quella faccenda della musica circolare. Peccato che sul finale il film perda un po' di questa precisione. Il racconto comincia a sfaldarsi, il montaggio diventa più nervoso, alcuni passaggi sembrano risolti troppo rapidamente e si ha quasi la sensazione che Prosatore voglia arrivare a tutti i costi al grande concerto di Piazza del Plebiscito del 1981. Come se, dopo essersi preso tutto il tempo necessario per raccontare la formazione di Pino e le sue contraddizioni, il film avesse improvvisamente fretta di chiudere i conti.
Il concerto è ricostruito bene, sia chiaro. Funziona la dimensione dell'evento, funziona la musica e funziona il rapporto tra Pino e quella Napoli che lo aveva visto crescere e dalla quale aveva cercato, in qualche modo, di emanciparsi. Ma ci si arriva un po' troppo di corsa. E forse proprio quel momento avrebbe meritato maggiore respiro, invece di essere preceduto da una serie di scene troppo nervose, quasi si volesse concentrare tutto negli ultimi minuti. È un limite, non un difetto che compromette il risultato. Anche perché Je so' pazzo resta un film solido, maturo, ben interpretato e soprattutto capace di raccontare Pino Daniele senza nasconderne le contraddizioni. Cosa non così frequente quando si parla di artisti entrati nell'immaginario collettivo, soprattutto in Italia, dove il rischio di trasformare chiunque abbia avuto successo in un monumento nazionale è sempre dietro l'angolo. Qui invece Pino è un uomo pieno di talento, ma anche di difetti. Un figlio ferito, un padre spesso assente, un marito complicato, un musicista straordinario che pretende dagli altri quello che pretende da sé stesso. E che forse è riuscito a sopravvivere a un'infanzia difficile proprio grazie alla musica, salvo poi lasciare che quella stessa musica si prendesse buona parte della sua vita. Molto bella, infine, la dedica a chi è stato, è e si sentirà sempre un nero a metà. Una chiusura che arriva senza bisogno di ulteriori spiegazioni e che restituisce qualcosa del senso profondo della musica di Daniele, di quel suo stare sempre in mezzo a mondi diversi, senza appartenere completamente a nessuno. Ecco, forse il merito maggiore di Je so' pazzo è proprio questo: non aver cercato di spiegarci perché Pino Daniele fosse un genio. Quello lo sappiamo già, basta ascoltare i suoi dischi. Ha provato invece a raccontarci chi fosse l'uomo che quei dischi li ha fatti, anche quando non era particolarmente simpatico, generoso o facile da sopportare. E poi c'è una cosa personale che questo film mi ha fatto tornare in mente. Quando ero ragazzino, avrò avuto tredici anni, forse anche meno, a un certo punto mi sono messo ad ascoltare i vinili di mio padre. Tra tutti, Nero a metà è diventato una specie di ossessione. Lo ascoltavo e riascoltavo, anche per via di una scritta che mio padre aveva lasciato a penna sulla busta di carta che conteneva il disco, più di vent'anni prima che io lo prendessi in mano: "Il feeling è sicuro, quello non se va, perché lo butti fuori ogni momento. È tutta la tua vita e sai di essere un nero a metà". Era un pezzo di A testa in giù, che ancora oggi è la mia canzone preferita di Pino Daniele. Non so nemmeno perché quella scritta mi avesse colpito così tanto. Forse perché mi sembrava di trovare qualcosa di mio padre quando aveva più o meno l'età che avrei avuto io qualche anno dopo. O forse perché quella musica, ascoltata così, su un giradischi, con un disco che era già passato per le mani di qualcun altro, sembrava avere qualcosa in più. Fatto sta che Nero a metà non l'ho più lasciato. E mi sono reso conto di una cosa, guardando Je so' pazzo: non ho mai ringraziato mio padre per avermi fatto scoprire quella musica. E nemmeno, indirettamente, Pino Daniele per averla suonata. A lui, ormai, non posso più dirlo. A mio padre invece sì. La prossima volta che lo vedo glielo dico. E magari ci ascoltiamo insieme A testa in giù.