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24 settembre 2026

Resident Evil, evolvi e tradisci

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

24 settembre 2026

Zach Cregger osa all’inverosimile

Thanks to Sony Pictures

Resident Evil, evolvi e tradisci

Ci sono due modi, sostanzialmente, per approcciarsi a una proprietà intellettuale consolidata: essere fedeli al cento per cento, rasentando il rigore filologico, oppure innovare, con coraggio e un briciolo di avventatezza. Zach Cregger, già regista degli ottimi Barbarian e, soprattutto, Weapons, sceglie decisamente la seconda opzione per il reboot cinematografico di Resident Evil. Già dopo ben sette, e diciamo sette (!), film, la saga di videogiochi targata Capcom torna sul grande schermo in una veste e in una foggia, però, del tutto innovate e innovative.

Come già avevano confermato i trailer e i teaser, Cregger compie un’operazione al tempo stesso rivoluzionaria e un po’ folle, ovvero togliere decisamente tutto il comparto epico e guerresco a RE, anche dal punto di vista dei protagonisti “più duri dei duri”, e calare in un contesto eccezionale una persona assolutamente normale: Bryan Hodukavich, interpretato da Austin Abrams, un semplice corriere medico, un ragazzo in crisi con la sua fidanzata che sta aspettando un bambino. Una sera si trova calato in un incubo molto più grande di lui, ovvero “quella sera” nei dintorni di Raccoon City, la sera del contagio causato dai folli piani ed esperimenti dell’Umbrella. Già i primi minuti del film mettono in chiaro questo doppio movimento: da un lato la citazione e la conservazione dell’impostazione da survival horror del videogioco, a parte un paio di capitoli (tipo il quinto e il sesto, almeno della serie principale), dall’altro la rivoluzione dei soliti elementi. Bryan deve portare un misterioso medikit (esattamente “quel” medikit del videogioco) all’ospedale centrale di Raccoon City. Mentre il contagio si allarga, il nostro protagonista parte per una sperduta stradina di montagna immersa nella neve e qui fa il primo ’“incontro” con una delle infette.

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Ah le care e vecchie fogne di Raccoon City @Sony Pictures

Ora, Cregger, anche nelle interviste pre-lancio, ha specificato di aver optato non per degli zombie classici, quindi lenti e impacciati, ma per creature di altro tipo, soprattutto per infetti che ricordano da vicino quelli di Resident Evil 4, ovvero i contagiati dalle “Plagas”, questa sorta di parassiti tentacolari e vermiformi che si innestano sul sistema nervoso dell’ospite per controllarlo e mantenere intatte le sue capacità motorie, anzi potenziandole. Va detto che le creature, soprattutto nelle fasi più avanzate del film, hanno qualcosa di quelle dell’eccezionale videogioco indipendente Look Outside e “citano” anche altri mostroni del franchise videoludico (vero, William Birkin?) oltre che determinate mutazioni prese da The Thing. Ecco allora che il protagonista, dopo un rocambolesco incidente in macchina, viene a conoscenza, piano piano, di questa minaccia biochimica.

L’incontro con le diverse tipologie di creature è “Resident Evil al cento per cento”, anche e soprattutto dal punto di vista della tensione che il film crea grazie al suo elemento da survival horror: gli spazi spesso e volentieri sono angusti, ci sono lunghi e riusciti momenti in “prima persona”, con il classico POV da videogioco, le minacce sono sconosciute e, particolare non da poco, le munizioni “sempre troppo poche”. Cregger opera una messa in scena interessantissima, con una fotografia ora calda ora gelida, alternando momenti anche di ilarità “gretta” (che dopo i primi screentime non positivi, il regista ha deciso di ridurre sensibilmente), con il protagonista che continua a esclamare improperi per essere finito in quella situazione (improperi che ricordano molto da vicino le stesse parolacce che noi videogiocatrici e videogiocatori utilizziamo durante i RE, specialmente a difficoltà più alte), a momenti di body horror e di “raccapricciante” davvero molto forte. Non si ha paura di osare, mai, per quanto concerne lo spingere sul perturbante: vedere corpi che si “addizionano” gli uni agli altri per creare una sorta di “centipede umanoide” (un richiamo al manga "I'm a Hero"?), oppure trovare una ragazzina apparentemente normale per poi scoprire che al posto delle gambe ha dei tentacoli assetati di sangue o, ancora di più, essere costretti ad attraversare il reparto maternità di un ospedale completamente invaso da feti zombie e vermiformi che “nascono da uteri di sangue” è qualcosa che al cinema “di oggi” non si vede sempre.

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Siamo nei guai... @Sony Pictires

Se il ritmo è incalzante al punto giusto e tiene sempre in tensione la spettatrice e lo spettatore, con anche una gestione intelligente dei jumpscare, meno convincente è il modo in cui, molto spesso, viene presentata l’ironia. In un film che ha pochissimi dialoghi e che per la maggior parte del tempo, soprattutto nella prima parte, è un film con un “solo attore sullo schermo”, il nostro protagonista è un po’ “troppo leggerino” nell’affrontare determinate situazioni che atterrirebbero anche il più scafato dei marine. Capiamo perfettamente che una certa qual “plot armor”, anche dal punto di vista umorale, il protagonista di un film horror la debba avere, ma forse da questo punto di vista ci si è spinti un po’ troppo. Comunque l’umorismo permea il film, e questo è un dato di fatto anche se non si sfocia mai, in modo netto, nell’effetto parodico.

Anche posizionare “il livello finale”, ovvero il laboratorio del Raccoon City Central Hospital, in cima a un grattacielo e non, come avviene nei videogiochi, in fondo a un caveau sotterraneo è una scelta abbastanza errata a livello logico: con un palazzo in fiamme e assaltato da creature dell’incubo, un laboratorio sotterraneo sarebbe stato molto più semplice da gestire e anche da occultare, in puro stile Umbrella. E inoltre non si capisce bene come un manipolo di ricercatori, non di militari o di miliziani, sia stato in grado di resistere praticamente illeso durante quest’invasione zombie, partita peraltro, molto probabilmente, dallo stesso laboratorio. Detto questo, se il laboratorio è fin troppo “normale” per un Resident Evil, la scena finale è una grande scena finale da cinema horror al cento per cento, grossier e trash al punto giusto.

Resident Evil è quindi un grande film horror, che non ha paura di “esplodere” il genere di appartenenza, con scelte stilistiche volutamente sopra le righe e scene che non dimenticheremo facilmente (il “parto” nelle fogne, wow!) e che, nell’infedeltà, riesce a essere molto più fedele a una saga videoludica di tante, troppe, riproposizioni filmiche. Pure questo significa mutazione, ovvero evoluzione. Anche se magari mostroni pieni di denti e di tentacoli non sembrano una grande evoluzione rispetto all’Homo sapiens, ma tant’è.

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