Un foglietto scritto a penna, letto a voce bassa prima ancora che parta la sfilata dei testimoni davanti alla Corte d'Assise di Milano. Gianluca Soncin, 52 anni, a quasi un anno da quella sera di sangue in via Iglesias, si alza dal banco degli imputati e chiede scusa alla famiglia di Pamela Genini. Parla di un peso insopportabile, di vite cambiate per sempre, di un ricordo indelebile. Pentimento vero? Oppure una mossa tattica, concordata con la difesa per provare ad alleggerire un quadro probatorio devastante che lo vede a rischio ergastolo per omicidio pluriaggravato e premeditato? La ricostruzione della dinamica dell’omicidio non lascia molto margine alla difesa: il doppione delle chiavi di casa procurato prima dell'irruzione, settantasei coltellate sferrate mentre la vittima provava a difendersi sul terrazzino implorando pietà e, infine, la messa in scena di un finto tentato suicidio con due ferite superficiali al collo, mostrate persino ai giudici, tanto da farli innervosire palesemente.
L'avvocato Nicodemo Gentile, per conto della madre Una Smirnova, ha rispedito le parole al mittente definendole "parole di plastica, tardive e insignificanti". Doveva fermarsi la sera del 14 ottobre 2025, quando Pamela lo supplicava sul balcone trascinata per i capelli. Dello stesso avviso la sorella e il fratello, che pretendono solo l'ergastolo e nessun tipo di sconto. I testimoni in aula — vicini e soccorritori — hanno poi ripercorso le urla strazianti e l'arrivo della Polizia, riportando la realtà al suo peso materiale.Oltre, insomma, quelle parole. A cui, però, per essere credute davvero, dovrebbe fare seguito un cambio di atteggiamento proprio di Soncin, in merito all’indagine ancora in corso su chi, invece, il corpo di Pamela l’ha martoriato anche dopo la morte, profanando la tomba e asportando la testa. Facendola scomparire.
Sì, c’è un solo modo per capire se in quel foglietto ci sia un po’ di verità o solo il terrore del carcere a vita. Il vero pentimento di Gianluca Soncin dovrà essere un contributo concreto e totale alle indagini. Mentre la Procura lavora per ricostruire tutto e battere ogni pista, compresi i sospetti su Francesco Dolci e tutte le opzioni alternative ancora sul tavolo degli inquirenti, Soncin metta da parte ogni ritrosia. Parli dei suoi affari. Dei suoi giri di denaro. Delle sue amicizie. E magari anche di chi potrebbe aver voluto mandare un messaggio a lui in carcere facendo ulteriore male a Pamela. Se vuole davvero dimostrare che quel "senso di responsabilità" non è una finzione, racconti tutto! Collabori senza riserve. Fornisca ogni elemento utile e aiuti magistrati e investigatori a ritrovare la testa di Pamela. Solo restituendo quel che resta di quella povera ragazza alla madre e alla famiglia potrà provare a dare un senso a un foglio di scuse che, allo stato attuale, vale meno di zero.
Aiutare gli inquirenti significa anche dare una mano a capire quali piste non hanno senso di essere percorse. Perché è chiaro che potrebbe essere stato qualcun altro di totalmente estraneo ai giri di Soncin e sappiamo anche che un sospettato c’è e risponde al nome di Francesco Dolci. Soncin, accettando di non nascondere nulla e dando un senso concreto a quelle scuse, può - se non indirizzare gli inquirenti verso quello che è successo davvero – indirizzare gli inquirenti verso ciò che non è successo di sicuro. Non sarà mai abbastanza, ma sarebbe comunque qualcosa.