La fatale fatalità a cui sembra credere persino Antonio Di Pietro non sta in piedi e a dirlo senza troppi preamboli rispondendo anche all’ex PM di Mani Pulite è stata proprio la sua ex collega, Elvira Antonelli, oggi procuratrice della Repubblica a Larino. La favola rurale dei fagioli velenosi sarà pure suggestiva, ma le indagini, fino a ora, sembrano aver raccontato altro. A Pietracatella, sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della quindicenne Sara Di Vita, stroncate alla fine del dicembre 2025 da un'intossicazione acuta da ricina, gli inquirenti sembrano aver definitivamente aperto il gas dopo mesi di freni pinzati forte. Come? Con un decreto di otto pagine firmato il 28 settembre dal capo della Procura che ha sguinzagliato i poliziotti all'interno dell’Istituto Professionale per l’Agricoltura di Riccia.
Oltre settanta tra computer e dispositivi elettronici sarebbero oggetto di un sequestro probatorio. L'obiettivo? Rintracciare chi, da quei terminali, abbia effettuato ricerche sulla ricina, sulle sue modalità di preparazione, d'acquisto e di somministrazione. Insomma: lo scoop della collega Alessandra Potenza sulle ormai famose ricerche su Reddit, probabilmente è stato molto utile agli inquirenti stessi, anche se qualcuno prova ancora a negarlo.
Tracce digitali anonime erano già emerse nelle indagini precedenti, ma forse la scuola di Riccia è il punto di snodo: lì gravitano persone legate a doppio filo alle vite delle due vittime. Non a caso, in Questura a Campobasso è stato ascoltato più volte il tecnico di laboratorio dell'istituto, marito di un'insegnante di matematica legata da particolare e intima amicizia a Gianni Di Vita, ex sindaco del paese, nonché marito e padre delle due donne uccise. Nel fascicolo della Procura, per ora, non figurano nomi scritti nel registro degli indagati. Le notizie, adesso, sono queste e non c’è altro.
In questa confusione di sospetti, smentite e mezze verità, però, a restituire un senso di dignità è la voce di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara.L'intervista rilasciata al Corriere della Sera da questo “vecchio padre e nonno” spezza il copione a cui ci siamo abituati sulle cronache giudiziarie e i grandi casi mediatici. Nessun odio. Nessuna posa. Solo la trasparenza disarmante di un uomo rimasto umano nonostante tutta la sofferenza con cui gli tocca vivere il tempo che gli resta. Ha raccontato di aver guardato negli occhi il genero Gianni Di Vita e e di avergli chiesto a bruciapelo se fosse stato lui. Di Vita ha negato. E Salvatore ha scelto di credergli, pur ammettendo con lucida onestà di non poter escludere nulla e sospettando che il genero, definito con amara ma paterna compassione un “bravo fesso”, possa essere stato tirato dentro una storia più grande e sporca da terze persone. In un Paese pronto a sbranare o a assolvere a prescindere, un padre devastato dal dolore mostra a tutti cosa significa restare veri, dicendo la verità anche quando fa male, senza rinunciare alla pietà.E, soprattutto, ricordando che “il dubbio” sarà sempre un valore.