Moreno Pisto è più “ano” che “Meloni”. Nel senso che c’ha la faccia da culo. Che poi è quella tipica di quelli che questo mestiere qui l’hanno imparato in Provincia, nelle redazioni in mezzo al niente in cui i grandi vecchi ti mandavano a fare le figure del merda più per fartele fare (insieme alle ossa) che per farti trovare veramente la notizia. Poi, però, le notizie le trovavi lo stesso perché in mezzo alla notizia ci finivi per forza. Sporcandoti le mani. Suonando i citofoni. Parlando con le persone. Moreno Pisto è più “ano” che “Meloni” perché c’ha la faccia da culo di continuare a fare questo mestiere così anche adesso che la vetrina è un’altra e anche adesso che c’è chi lo chiama “direttore”.
Anzi, quando ho scoperto che non è vero che l’hanno beccato dentro il palazzo dell’amante di Ranucci, ma fuori, e che l’incursione in abiti da addetti delle pulizie era tutta una cazzata, ci sono pure rimasto un po’ male. Perché Moreno – che di farsi chiamare direttore se ne sbatte il cacchio - una roba così l’avrebbe fatta. Solo che stavolta non l’ha fatta. E chi lo conosce – come quel Ranucci che però finge di non conoscerlo – lo ha dato talmente per scontato da fregarsi da solo proprio quella volta che Moreno s’è pure dato una regolata. No come quando per raccontare i migranti s’è finto migrante tra quelli appena scesi dai barconi. Insomma, Moreno è uno che le occasioni per raccontarlo in tutta la sua stravaganza, in tutta la sua radicalità e in tutta la sua faccia da culo, le le ha date e continua a darle. E’ un numero 10 di quelli che ti fanno incazzare di brutto perché magari, davanti alla porta vuota, si mette in testa che deve metterla dentro di tacco invece di limitarsi a spingerla.
Sigfrido Ranucci, invece, s’è dimostrato un terzino. Di quelli di una volta che guardano solo le caviglie senza tirare mai su la testa dall’unica cosa che devono fare: tenere a bada l’uomo. Colpire l’uomo. La metafora calcistica però non rende. Serve quella zootecnica: Sigfrido Ranucci, ieri, s’è dimostrato un pastorello di pecoroni rossi. Perché davanti a un Moreno Pisto su cui, tutto sommato, si poteva dire di tutto, ha detto l’unica cosa per attaccarlo che c’entrava proprio un cazzo di niente: meloniano. Tra l’altro postando pezzi di un articolo in cui Pisto, con titolo alla MOW e “foto a confondere”, raccontava che alle imminenti elezioni avrebbe votato l’unica migliore possibile. No Giorgia Meloni, ma Emma Bonino.
I pastorelli di pecoroni, però, evidentemente non leggono. L’importante è che abbiano un bastone da brandire al gregge gridando “Meloni”. E giù tutti i pecoroni rossi, e ciechi, a credere alla boiata colossale del Pisto in missione per conto di Giorgia. Una roba di una tristezza unica. Perché, lasciatemelo dire, racconta la storia di un uomo che voleva fare il leader muovendo dal peggiore dei presupposti. E cioè che sono tutti cretini. Al punto da usare le paroline magiche con quelli più fedeli, riducendoli, appunto, a pecoroni. Solo che chi guida pecoroni sarà sempre e solo un povero… pastorello ossessionato. Cioè, che Ranucci fosse un po’ ossessionato s’era capito, ma speravamo lo fosse solo per un’altra roba (due sillabe). Invece è Giorgia. La domanda per Silviofrido (Sigfrido, sorry), al di là di questo, resta comunque un’altra: se davvero pensa che un giornalista si muove sempre per conto di un mandante politico non sarà perché lo ha fatto lui in tutti questi anni?