Ma come è riuscito Valter Lavitola, un pregiudicato con precedenti penali per tentata estorsione e truffa sui fondi pubblici per l'editoria, a raccogliere attorno a sé il gotha della Roma bene, la Roma dei palazzi del potere, delle forze dell'ordine, della magistratura. Con quel Cefalù che da ristorantino di pesce si è trasformato in una piccola stanza dei bottoni. Oltre all'ormai ben noto Sigfrido Ranucci, al decano del giornalismo Paolo Mieli, al direttore di Repubblica Cappellini, Aldo Torchiaro del Riformista parla di una “frequentazione un po' particolare: un capocentro della CIA, una serie di uomini politici della Lega, del Movimento 5 Stelle”, e ancora monsigori, magistrati, uomini dei servizi. Una circostanza confermata anche da Fabio Mazzoni, Presidente di Urban Vision e amministratore di Neutralia, che al Domani dice di essersi fidato di Lavitola perché “frequentava investigatori, uomini delle forze dell'ordine e anche Ranucci come abbiamo appurato di persona”.
C'è da pensare che il pesce di Lavitola fosse particolarmente buono. Oppure, con un po' di malizia, che alcuni dei commensali gradissero particolarmente la compagnia dell'oste. E non c'è da stupirsi, Lavitola, che in questi mesi abbiamo imparato a conoscere, è un uomo dalle mille vite, dalle mille storie, un grande affabulatore e catalizzatore di intenti. Bisognerebbe chiedersi però se con qualcuno il rapporto abbia travalicato la semplice compagnia. Una domanda che fa il paio con quello che ci ha detto la sorella di Valter, Maria Lavitola, in un'intervista esclusiva andata in onda su Rai3 alla trasmissione Filorosso di Antonino Monteleone: “Perché gli è stato dato tutto questo spazio? Voi, che adesso lo definite, giustamente, 'criminale', 'mafioso' lo sapevate già prima che fosse un pluripregiudicato. Perché i servizi segreti che vanno al ristorante di Lavitola? Per provare il ristorante, una volta ci sta, va bene. Ma non puoi andarci sempre”.
Certo, Lavitola è un uomo di rapporti, replica l'intervistatore, il direttore di MOW Moreno Pisto, uno che ha continuato a fare girare soldi e contatti in giro per il mondo, e la risposta di Maria è stata: “Ma se non hai la possibilità, se non hai appoggi, non lo puoi fare. Io non ho la possibilità di far girare soldi in Brasile o in Africa”.
E qui c'è un tema che forse stiamo perdendo di vista. Come faceva Lavitola a tenere in piedi la rete che aveva steso da un angolo all'altro del mondo. La rete umana, di factotum, ne abbiamo conosciuti tanti, il famoso Gomes, ma anche Ivan il “macumbeiro”, Thomas il brasiliano, a suo modo anche Chimutengo in Africa. La rete economica di società dentro società ricollegate ad altre società, di business immobiliari, ittici e ambientali. Lavitola aveva promesso al governo dello Zimbabwe investimenti per 20 milioni di euro, numeri da grande azienda più che da ristoratore. C'è dunque qualcuno che aiutava o finanziava Lavitola? E chi?
E passiamo ora a un altro punto, Lavitola il 6 luglio, due giorni dopo la perquisizione dice a Fabio Mazzoni che gli inquirenti “non hanno niente in mano”, lo dice anche un giorno prima in una conversazione intercettata con l'amico Bracale, gli investigatori hanno su di lui “elementi poco e niente”. Non ha tutti i torti, gli elementi con cui il 10 agosto viene condotto in carcere sono tutt'altro che schiaccianti. Sono indizi indiretti: agganci di cella che lo collocano con Gomes a Torvaianica il 15 settembre 2025, una chat in cui chiede a Ranucci l'indirizzo di casa, i rapporti con Gomes e con gli avvocati Cola, la presunta fuga programmata verso l'Africa. Non c'è una telefonata o un messaggio in cui dia l'ordine, e nemmeno una prova diretta dei pagamenti. E allora perché decide di alzare la mano e dire: “Sono stato io”? Perché confessare proprio ora, se l'accusa poteva essere contestata? Uno slancio di sincerità? O un modo per limitare i danni? Si immola per distogliere l'attenzione, evitare che si scavi fino in fondo. È un dubbio legittimo, una provocazione senza puntare il dito: chi sta coprendo Valter Lavitola?