Cambiare tutto per non cambiare niente. Il trasformismo gattopardiano applicato ai sacri e impenetrabili confini della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Ovvero: the winner is Giovanni Malagò, che diventa il commissario del suo stesso commissariamento. Una farsa burocratica in cui lui esce dalla porta per rientrare dalla finestra, indossando la fascia di commissario straordinario della stessa FIGC che presiedeva, dopo essere stato incastrato da un cavillo procedurale: il mancato tesseramento preventivo al momento del deposito della candidatura. Un'omissione formale, trasformata in clava dai faccendieri del palazzo, nonostante quella medesima svista fosse stata ignorata nel caso di tutti i presidenti precedenti. L'affare Malagò mette a nudo quanto il nostro Paese sia ormai ostaggio di dilettanti della politica, incapaci persino di tessere un agguato all'altezza: goffi magliari, senza gloria né stile, che tentano di accaparrarsi territori altrui in nome del proprio piccolo tornaconto. Per nostra fortuna, la trama dei cospiratori si è infranta contro la presenza gesuitica e mondana di Giovanni Malagò. Succede sempre così, quando dei plebei che ambiscono al potere provano a sgambettare un vero patrizio.
Contano eccome appartenenza, stile e bellezza. E lui, dandy prestato al management, con la sua aura ha costruito una carriera da leader di razza, partendo non dalla gavetta, che è roba da parvenu, ma dai fasti della Sa.Mo.Car., concessionaria di bolidi di lusso legata ai marchi dell'automobilismo che conta, per spingersi poi ai vertici della finanza internazionale come advisor di HSBC e tessere relazioni simbiotiche con i salotti buoni del capitalismo italiano. A suggellare quell'appartenenza c'è un’istantanea d'archivio Google che vale più di mille gossip: in quello scatto in bianco e nero, un giovane e slanciato Malagò sfoggia un impeccabile completo sartoriale e l'aria sfrontata di chi sa già da che parte gira il mondo: lo si vede camminare a fianco dell'Avvocato in persona, Gianni Agnelli. Due epoche di stile, un passaggio di consegne tra il re del capitalismo sabaudo e il principe dei salotti romani: fu proprio la sorella di Gianni, Susanna, con quel misto di affetto aristocratico e mondano disincantato, a battezzarlo Megalò, nick che ne scolpisce l’essenza debordante ed elitaria.
Un curriculum di successi, portato avanti col savoir-faire di chi sa cosa significhi produrre e vincere, ma per davvero. La classe non si impara ai corsi di formazione e non si ottiene per nomina. Ed è proprio questa dote innata, fatta di charme, visione globale e cinico pragmatismo, che i mediocri tentano sistematicamente di distruggere non appena mettono le mani su un briciolo di potere. Da sempre i grandi invidiosi della storia ci hanno provato: da Robespierre, che mandava alla ghigliottina chiunque brillasse più di lui, fino ai commissari sovietici che processavano gli ingegneri borghesi per puro risentimento di classe, cercando di riscattare la propria natura di miserabili, incapaci di comprenderli e imitarli. Una vittoria a due voci, quella di Malagò, suggellata dall'asse con il ct Roberto Mancini: altro dandy ritrovato sulla panchina azzurra, genio dello spogliatoio, capace di ridisegnare in dieci il destino e la psiche di una Nazionale nel baratro, con la sfrontatezza dei predestinati. Una coppia d'oro che brilla di luce propria, stagliandosi come fari di classe in mezzo a un mare di imbarazzante inettitudine. Intorno a loro si è consumata la guerra fredda tra il CONI e la politica, con le dimissioni eccellenti della capodelegazione della Nazionale ed ex-olimpica, Diana Bianchedi, spinta all'addio dopo le frecciate del ministro Andrea Abodi, il quale aveva messo in discussione la legittimità del suo doppio ruolo istituzionale e fiduciario.
Malagò stesso ha liquidato gli affondi del dicastero dello Sport, definendoli sgrammaticati e fuori luogo. Sugli esiti dell’intrigo ha anche pesato il fattore UEFA, con la minaccia di escludere l'Italia dalle competizioni internazionali. Alla fine Giovanni Malagò torna a sedersi sulla poltrona, sfoggiando i galloni dell'emergenza: cambia la qualifica, ma la sostanza del suo potere resta immutata. La macchinazione dei peones dell'apparato si è infranta contro l'evidenza di una legge non scritta: in Italia si può commissariare una federazione, non un uomo. I congiurati hanno tentato la carta del ricorso, perdendo la partita. E intanto il re ha già ripreso il suo posto: stessa poltrona, stessa vista, un titolo in più sul biglietto da visita. Susanna Agnelli aveva visto giusto: Megalò, non solo un soprannome, ma una profezia.