Quindi Mancini ci ha fregati tutti? Nessuno ci credeva prima di queste tre partite di Nations League (io per primo), invece il campo ci ha consegnato un'Italia frizzantina e volenterosa che sembra voler scrivere una nuova storia su pagine ormai appiccicaticce e polverose.
Per questo, la domanda oggi è legittima: è lui l'uomo della rivoluzione? Presto per dirlo, perché le perplessità che avevamo dieci giorni fa non sono svanite del tutto, e lo stato di salute del calcio del nostro paese è ancora precario. Basta osservare con giusto sgomento le vicende di salotto (forse meglio dire di circoli canottieri) che impigliano le istituzioni sportive nelle solite piccole lotte di potere degne della peggior politica. Ma non è il momento di parlarne.
Stasera si gioca di nuovo contro la disastrosa Turchia di Montella e a Bologna un altro successo avrebbe il sapore dell'ottimismo. Di una luce che nell'ambiente azzurro mancava da cinque anni, quando quella generazione alzò clamorosamente al cielo il trofeo di Campioni d'Europa. Anche lì, con i ragazzi c'era Mancini. Coraggioso, entusiasta, con quelle spigolature da antipatico che lo rendono, a volte, scostante ma anche più deciso e sicuro nelle scelte.
Le tracce di quel meraviglioso racconto che ci portò sul tetto d'Europa e che, a noi nostalgici del calcio identitario degli anni '80 e '90, fece scendere fiumi di lacrime quando il Mancio e Vialli si abbracciarono in mezzo, le ritroviamo anche ora nel gioco di questi ragazzi. C'è voglia di tenere palla, affrontare anche avversari superiori senza chiudersi in difesa e si percepisce la volontà di far esplodere tutto il talento dei più giovani. Abbiamo visto Kayode in forma splendida, Pio Esposito giganteggiare tra i difensori avversari, Fagioli ispiratissimo, Frattesi rinato e Vergara volenteroso nell'ultima contro la Francia. Un bel progetto in cui si amalgama un big mondiale come Donnarumma, che fa sempre la differenza.
Quindi, con il nostro approccio catastrofista dopo la sconfitta contro il Belgio, ci eravamo sbagliati? No. Il calcio italiano è al punto più basso della sua storia da oltre un decennio e dobbiamo tenere a mente le mancate qualificazioni ai Mondiali contro Macedonia del Nord e Bosnia. Però quest'aria di freschezza ci rassicura. E battere la modesta Turchia sarebbe un'ulteriore ventata di autostima. Mancini ne è sicuramente l'artefice principale, capace di accendere nei calciatori un sentimento di grandezza e orgoglio per la squadra di tutto il paese, che pareva smarrito.
Se lo avevamo bocciato alla prima, le carte in tavola sono cambiate. Il Commissario Tecnico ha bisogno di tempo per lavorare, approfondire, trovare una quadra laddove pareva non esserci più speranza. Perché, se vincere la Nations League non è così importante, dal prossimo anno iniziano i problemi veri: le qualificazioni agli Europei, e lì non possiamo permetterci di sbagliare.