Difficile essere ottimisti quando si parla di nazionale di calcio, in Italia. Tre fallimenti alle qualificazioni ai mondiali, dodici anni di mediocrità, con in mezzo quell’europeo vinto ai rigori contro l’Inghilterra nel 2021, raro e inspiegabile come l’apparizione della Madonna, però con una cosa in comune con l’ennesima ripartenza di oggi: Roberto Mancini. Sì, lui, il Mancio che ci ha fatto godere, piangere dopo la sconfitta con la meteora Macedonia del Nord e poi arrabbiare quando ha lasciato tutto nel momento più triste per prendere i soldi degli arabi. Qualcuno ancora glielo fa notare, ma dobbiamo avere la capacità di andare oltre. E’ acqua passata e, anche se la scelta del traballante presidente Malagò non ci convince, dobbiamo pensare al campo.
Venerdì 25 settembre c’è da giocare la prima partita di Nations League contro il Belgio, competizione che serve solo alle tv per mandare in onda più partite e a Cristiano Ronaldo per contare i gol che gli mancano per arrivare a mille, ma che ci può dare una prima risposta sulla validità del nuovo progetto azzurro.
Mancini traccia la prima linea della sua mentalità europea con una lista di convocati aperta a ragazzi cittadini del mondo, con origini, parentele o comunque passaporto italiano. Strizzando l’occhio al terreno progressista e cercando di scopiazzare l’esempio virtuoso della Francia, ma soprattutto provando a fotografare un mondo del calcio che sta cambiando, insieme al paese e alla società moderna e multiculturale. Per dirla semplice e affondare l’analisi nella più profonda attualità, in questa Italia si può indossare la maglia azzurra della nazionale senza rappresentare l’Italiano secondo Vannacci.
E così vediamo arrivare, con orgoglio, a Coverciano: Eddy Kouadio, Honest Ahanor, Michael Kayode e le novità assolute di Issa Doumbia, Mohamed Alì Zoma e Samuele Inacio, figlio dell’ex di Napoli, Atalanta e Torino Inacio Pia, talenti cresciuti nei campionati esteri. Basta questo per pensare in grande o anche semplicemente per qualificarsi ai prossimi mondiali? No, il lavoro è enorme lo sappiamo e c’è il pretendete “convochiamo Pafundi e altri 22” che non ha portato, per ora, fortuna a nessuno.
Se poi penso che quando ero ragazzo, nel 1996, l’Europeo under 21 lo vinceva un squadra che presentava in campo gente come Cannavaro, Galante, Fresi, Totti, Morfeo, Buffon addirittura in panchina, già protagonisti in Serie A, ci rendiamo conto della dimensione minore del nostro calcio trent’anni dopo. Appena un giovane indovina due partite nel massimo campionato, diventa rivoluzionaria la chiamata addirittura in nazionale maggiore e ce la fanno passare come la strada giusta per tornare a competere ai massimi livelli. Bene quindi, anzi benissimo, la fiducia alle nuove generazioni, al futuro più aperto al mondo, perché altrimenti ci tocca ascoltare mille volte la storia dei talenti sotto i vent’anni che non hanno spazio, che non giocano più in strada, che non sanno fare dribbling.
Tutta demagogia spiccia che serve, spesso, per giustificare il crollo di un movimento calcistico che, prima di trovare la poltrona al nuovo Commissario Tecnico, andava ricostruito dal basso, nella cultura, nei principi e accendendo la passione. Perché, se al debutto del nuovo corso azzurro, chi segue il calcio si lamenta del lungo stop della Serie A e metà stadio Olimpico rimane vuoto, il problema è profondo. C’è da lavorare, non c’è dubbio.