Perdonate il ritardo, ma ci è voluto tempo. Il 18 ottobre Alleanza Verdi-Sinistra ha presentato a Roma la serie di proposte più votate dai suoi simpatizzanti per le politiche del 2027 e che andranno a delineare la visione per il futuro che Fratoianni e Bonelli porteranno al tavolo del campo largo. In sostanza vogliono il socialismo e vogliono pagarlo in tre casi diversi con gli stessi soldi, cosa che, più che socialiste, costituirebbe la prova evidente che la magia esiste. Nel novembre 2024 Fratoianni diceva che avrebbe liberato 15 miliardi l'anno, oltre 10 per la sanità e il resto per la scuola. Nella proposta di legge sul fisco, gli stessi 15 miliardi più 7 dalla lotta all'evasione finanziano invece un taglio dell’Irpef da 22 miliardi. Oggi la patrimoniale torna in una lista che comprende anche reddito universale, Piano sociale per il clima e cedolare secca dimezzata. Ma andiamo con calma.
Il percorso si chiama Decidiamo ed è partito a maggio. Ha raccolto 1.741 proposte, ridotte a 80 sintesi su 16 temi e votate dal 12 al 18 ottobre, per un totale di 110 mila voti. Gli iscritti alla piattaforma sono circa 10 mila e la proposta più votata ha raccolto 2.380 voti (comunicato AVS). Le priorità le hanno ordinate poche migliaia di persone molto motivate, non un campione dell'elettorato. La scelta finale, poi, spetta a un gruppo di esperti delle due dirigenze. Pagella Politica, fin troppo gentilmente, definisce le proposte «molto sommarie». Chi scrive, invece, le considera semplicemente fuori dalla realtà.
1. Clima: «Pagano i grandi profitti»
La proposta. È la più votata, con 2.380 voti (comunicato AVS). Prevede una legge sul clima nei primi 100 giorni e un'Italia al 100% rinnovabile entro il 2040, finanziata dai grandi profitti e dalle attività inquinanti senza far ricadere i costi sulle famiglie. Si azzerano i sussidi ai fossili e si aggiunge un miliardo l'anno al Piano sociale per il clima dal 2027. Tra le 80 sintesi votate c'erano anche una carbon tax sulle importazioni e tasse sulle transazioni finanziarie e sui servizi digitali.
Perché non torna. Il titolo contiene un errore da primo anno di Scienza delle finanze: confonde chi paga un'imposta per legge con chi ne sopporta il costo. Un'impresa non mangia e non fa la spesa. Un'imposta su di lei ricade su clienti, dipendenti o azionisti, e nell'energia, dove la domanda reagisce poco ai prezzi, finisce in bolletta. Promettere che le famiglie non pagheranno non è una scelta politica. È un'affermazione falsa su come funzionano le tasse.
2. Bollette sganciate dal gas, fotovoltaico fuori dai campi
La proposta. Ridurre il costo dell'elettricità «superando la dipendenza» dal prezzo del gas (1.690 voti) e sviluppare il fotovoltaico senza consumare suolo agricolo (1.727 voti).
Perché non torna. Nel mercato elettrico il prezzo lo fissa l'ultima centrale chiamata a produrre, spesso a gas. Non è un difetto: è il segnale che premia chi produce a basso costo, rinnovabili comprese. Toglierlo porta a due esiti soltanto: sussidi pagati dai contribuenti o un mercato amministrato, con i problemi di scarsità che ne seguono. Ed è materia europea, non una leva che un governo nazionale tira da solo. Senza contare che il veto sui pannelli nei campi ha un costo opposto all'obiettivo. Restringe i terreni disponibili e alza il prezzo della transizione che si vuole accelerare. Lo stesso Bonelli denuncia migliaia di richieste di autorizzazione per le rinnovabili ferme negli uffici: aggiungere vincoli non le sblocca.
3. Salario minimo a 10 euro
La proposta. Un salario minimo legale, votato in un pacchetto con indicizzazione e settimana corta (1.808 voti, comunicato AVS). La cifra storica di Sinistra Italiana è 10 euro lordi l'ora, rivalutati ogni anno sull'inflazione.
Perché non torna. Il problema non è il principio, è il livello. La direttiva europea 2022/2041 indica come riferimento il 60% del salario lordo mediano e il 50% di quello medio. Secondo l'Inps il salario mediano dei dipendenti era di 12,86 euro lordi l'ora nel 2021. Già 9 euro, calcolava Il Foglio, valevano l'80% del mediano, il rapporto più alto dell'area Ocse, sopra il 71% della Turchia. E in alcune aree del Mezzogiorno il minimo supererebbe il salario mediano locale. Un prezzo minimo fissato sopra quello di mercato ha effetti noti. Chi produce meno di quanto costa per legge non viene assunto, o viene assunto in nero. A pagare sarebbero i lavoratori meno qualificati del Sud, cioè quelli che la misura vorrebbe proteggere.
4. Salari agganciati all'inflazione
La proposta. Adeguare automaticamente gli stipendi all'inflazione per difendere il potere d’acquisto.
Perché non torna. Questa idea ha già un nome nella storia italiana: scala mobile. Fu smontata tra il 1984 e il 1992 dopo aver alimentato la spirale prezzi-salari degli anni Settanta. Con il «punto unico di contingenza» del 1975 aveva anche schiacciato le differenze di paga tra qualifiche, punendo chi investiva in competenze. Il meccanismo è semplice. Se i salari inseguono i prezzi in automatico, uno shock importato, come quello energetico, non viene assorbito ma moltiplicato. La politica monetaria è della Bce, quindi l'aggiustamento ricade tutto su occupazione e competitività delle imprese italiane.
5. Settimana corta a parità di salario
La proposta. Ridurre l'orario di lavoro mantenendo invariata la retribuzione.
Perché non torna. È aritmetica. Passare da 40 a 32 ore pagandone 40 aumenta il costo orario del lavoro del 25%. Le sperimentazioni aziendali di cui si legge sono volontarie: l'impresa le sceglie perché si aspetta un guadagno di produttività. Imporle per legge a tutti significa scommettere che quel guadagno arrivi ovunque, per decreto. Nel settore pubblico il conto è ancora più diretto. Per coprire gli stessi turni in ospedali, scuole e trasporti con orari ridotti di un quinto servono il 25% di persone in più. Nessuna di queste assunzioni compare nelle coperture.
6. La patrimoniale sopra i 5,4 milioni
La proposta. Un'imposta sulle ricchezze oltre i 5,4 milioni di euro, che riguarderebbe lo 0,1% della popolazione (1.597 voti, comunicato AVS). È progressiva e colpisce solo l'eccedenza: chi ha 5,5 milioni paga sui 500 mila in più. Secondo Fratoianni i contribuenti interessati sono circa 50 mila e l'aliquota è ancora da definire.
Perché non torna. AVS annuncia 15 miliardi l'anno, ma senza aliquota quel numero non si può ricostruire. È un obiettivo, non una stima. Facciamo comunque il conto: 15 miliardi divisi per 50 mila contribuenti fanno 300 mila euro a testa, ogni anno, prima di qualsiasi reazione. Come ha spiegato Carlo Altomonte della Bocconi, l'evidenza indica che le patrimoniali sui grandi patrimoni rendono poco, perché quei capitali sono molto mobili e si portano dietro gettito e posti di lavoro. In Norvegia, dopo l'inasprimento, nel 2022 almeno trenta tra milionari e miliardari si sono trasferiti in Svizzera. Avevano 29 miliardi di corone di patrimonio e pagavano 550 milioni di corone di imposte. L'Austria ha abolito la sua nel 1994, Danimarca e Germania nel 1997. Nel 2025 nell'Ocse un'imposta sul patrimonio netto delle persone resiste solo in Colombia, Norvegia, Spagna e Svizzera. La Francia nel 2018 ha sostituito la sua con un'imposta sui soli immobili. Sopra i 5 milioni ci sono soprattutto quote di aziende non quotate. Valutarle è arbitrario, e non producono la liquidità per pagare: obbligano a distribuire utili, indebitarsi o vendere. Il rischio è colpire proprio le imprese familiari medie, la spina dorsale della manifattura italiana. E chi trasferisce la residenza si porta via anche Irpef, imposte sui dividendi e future successioni.
7. Irpef unica, successioni, Tobin tax
La proposta. Tra le sintesi messe ai voti: un'unica Irpef progressiva su tutti i redditi, rendite comprese, con i primi 12 mila euro esenti. E successioni tassate come nel resto d'Europa, perché oggi l'imposta rende un miliardo e la Francia, in rapporto al Pil, incassa 14 volte tanto, che riporta il testo di Decidiamo). La riforma Irpef di AVS costerebbe 22 miliardi e ridurrebbe l'imposta a chi guadagna meno di 90 mila euro lordi.
Perché non torna. Un'Irpef con meno scaglioni, meno regimi speciali e un'ampia esenzione iniziale è un'idea che piace anche ai liberali. Pagella Politica nota che il superamento degli scaglioni è il punto in comune con la proposta di Azione. «Rendite comprese» significa tassare il risparmio con le stesse aliquote progressive del lavoro. Ma il risparmio nasce da reddito già tassato, e aliquote alte sul capitale lo spingono dove è trattato meglio. Sulle successioni il campo liberale è diviso: da Mill a Einaudi c'è chi le ha difese, perché colpiscono ciò che non si è guadagnato. L'Italia ha già un'imposta sulle transazioni finanziarie dal 2013. All'introduzione si prevedeva un miliardo di gettito, il primo anno ne arrivò circa un quinto. Oggi rende circa 546 milioni l'anno. Quando la base imponibile può spostarsi, le stime statiche sbagliano sempre nella stessa direzione.
8. Reddito universale di base
La proposta. Un reddito minimo europeo e il potenziamento del reddito di cittadinanza «verso un reddito universale di base». L'importo non è indicato.
Perché non torna. Facciamo un'ipotesi prudente: 500 euro al mese, e solo alla popolazione in età attiva, che secondo l'Istat conta 37,3 milioni di persone. Fanno circa 224 miliardi l'anno. Il Pil italiano nel 2025 è stato di 2.258 miliardi: parliamo di quasi il 10% del Pil, quindici volte il gettito promesso dalla patrimoniale. C'è poi l'effetto sugli incentivi. Un reddito garantito finanziato da aliquote più alte riduce quanto rende lavorare un'ora in più, proprio in un Paese con pochi occupati. Alcuni libertari, sulla scia dell'imposta negativa di Milton Friedman, accetterebbero un reddito di base. Ma solo al posto di tutto il welfare esistente, mai in aggiunta.
9. Casa
La proposta. Cedolare secca dal 10 al 5% per i contratti a canone concordato di almeno quattro anni. Un censimento degli immobili pubblici inutilizzati da trasformare in studentati e case a canone sociale. Il potere per i Comuni ad alta tensione abitativa di limitare gli affitti brevi, tassati di più quando non riguardano la prima casa. La proposta ha raccolto 1.709 voti (comunicato AVS).
Perché non torna. La crisi della casa è un problema di offerta: poche abitazioni dove c'è la domanda. Limitare gli affitti brevi non costruisce un solo appartamento. Sposta reddito dai proprietari a chi è già inquilino, riduce l'incentivo a ristrutturare e spesso alimenta il mercato irregolare. La risposta liberale va nella direzione opposta: piani urbanistici più permissivi, permessi rapidi, sfratti certi per chi non paga. Così più proprietari affittano a lungo senza bisogno di sconti fiscali, il cui costo per l'erario AVS peraltro non quantifica.
10. Voli brevi, cherosene e jet privati
La proposta. Vietare i voli nazionali dove c'è un treno diretto sotto le tre ore, isole escluse. Accisa sul cherosene, biglietti tassati per distanza e classe, un'imposta da 200 a 2 mila euro a passeggero sui jet privati e un prelievo progressivo dal terzo volo annuale. Il gettito andrebbe a biglietti ferroviari, treni notturni e mobilità dei redditi bassi.
Perché non torna. I voli dentro l'Unione sono già nel sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l'ETS, che fissa un tetto complessivo alle emissioni. Con un tetto fisso, la CO2 risparmiata da un divieto nazionale libera quote che altri settori useranno. Le emissioni totali non scendono: si spostano. Anche senza l'ETS il guadagno sarebbe minimo. Il divieto francese colpisce circa 5 mila voli l'anno, il 2,5% di quelli interni, e taglia 55 mila tonnellate di CO2, il 2,6% delle emissioni dei voli nazionali. Secondo la Iata, sostituire con il treno tutti i voli europei sotto i 500 km eliminerebbe il 24% dei voli ma solo il 3,84% delle emissioni del settore. Il prelievo dal terzo volo, infine, non tassa un danno ma un'abitudine. È paternalismo, non correzione di un'esternalità.
11. Agricoltura: biologico per legge e vendite sottocosto vietate
La proposta. Portare il biologico al 30% della superficie agricola entro il 2030, con 100 biodistretti finanziati da un fondo di 100 milioni l'anno e altri 100 milioni per le mense biologiche. Dimezzare i pesticidi entro il 2030, fasce di rispetto di 100 metri e consumo netto di suolo zero entro il 2030. Vietare le vendite sottocosto e riformare la Pac a favore di chi coltiva. Tra le sintesi c'erano anche l'abolizione della caccia e un miliardo per ridurre gli animali allevati.
Perché non torna. Le quote per legge decidono dall'alto come si coltiva, invece di lasciarlo a prezzi e consumatori. Il biologico rende meno per ettaro: imporne il 30% richiede più terra, in contraddizione con l'obiettivo di consumo di suolo zero fissato nello stesso documento. Il divieto di vendere sottocosto è un prezzo minimo sul cibo. Lo pagano i consumatori, e soprattutto le famiglie povere, che spendono in alimentari una quota maggiore del proprio bilancio.
12. Acqua solo pubblica
La proposta. Gestione dell'acqua interamente pubblica, senza aziende private o a maggioranza privata, e stop al rinnovo automatico delle concessioni storiche.
Perché non torna. Il problema dell'acqua italiana non è chi la gestisce, ma come. Nel 2020 le reti comunali hanno perso il 42,4% dell'acqua immessa, e i gestori erano 2.391, una gestione che l'Istat stessa definisce fortemente frammentata. Servono investimenti e tariffe che coprano i costi, non un'altra esclusione per legge. Vietare i privati elimina proprio lo strumento che premia l'efficienza: le gare per aggiudicarsi il servizio. Il pubblico può vincerle, ma deve poterle perdere.
13. Sanità e liste d'attesa
La proposta. Garantire a tutti l'accesso alle cure nei tempi necessari, ovunque si viva. Ha raccolto 1.622 voti.
Perché non torna. È un obiettivo che nessuno contesta, ma non contiene uno strumento né una cifra. L'unico numero associato è quello della patrimoniale: oltre 10 miliardi destinati alla sanità nella versione del 2024, gli stessi soldi già promessi altrove.
14. Congedo parentale paritario
La proposta. Un congedo parentale uguale per madri e padri, settimo per numero di voti con 1.684 preferenze.
Perché non torna. Nei materiali pubblicati non c'è un costo né una fonte di finanziamento. Un congedo pagato lo finanzia qualcuno, con contributi più alti sul lavoro o con la fiscalità generale.
15. Stop ai fondi per le scuole paritarie
La proposta. Interrompere i finanziamenti pubblici alle scuole private per sostenere solo quelle statali.
Perché non torna. Uno studente delle paritarie costa allo Stato molto meno di uno delle statali. Secondo i dati Ocse di Education at a Glance 2013, uno studente statale costava 6.882 euro l'anno contro circa 500 euro per uno delle paritarie. Su 1,04 milioni di iscritti, il risparmio superava i 6,6 miliardi. Sono dati di oltre dieci anni fa. Ma per l'anno scolastico 2022/23 il ministero fissava ancora il costo medio di uno studente statale sopra i 7 mila euro, sia nell'infanzia sia nella primaria.
Qui mi permetto un a parte: basterebbe leggere I danni della scuola di Stato di Murray N. Rothbard per capire perché, in ogni caso, il finanziamento pubblico all’istruzione rischia di essere nel migliore dei casi inefficiente, nel peggiore apertamente immorale.
16. Cannabis: qui AVS è più liberale del governo
La proposta. Legalizzazione per gli adulti con coltivazione domestica fino a quattro piante, cannabis social club senza scopo di lucro e vendita in punti autorizzati, con una tassazione che renda il mercato legale competitivo. Cancellazione di sanzioni e precedenti per uso personale e abrogazione del divieto sulla canapa light. È la terza proposta più votata, con 1.793 voti.
Oh, finalmente! È la proposta più libertaria del documento. Riconosce che un adulto decide del proprio corpo, e che il proibizionismo consegna un mercato intero alla criminalità. Anche la canapa light è una questione di libertà d’impresa. Una sola riserva: il gettito andrebbe per legge a prevenzione, sanità e istruzione. Vincolare le entrate a una spesa irrigidisce il bilancio, ma è un dettaglio rispetto al principio.
17. Ius soli e ius scholae
La proposta. Cittadinanza per chi nasce in Italia e per chi vi compie un percorso di studi, con procedure più semplici.
Mmmm… Lo ius scholae è coerente con un'idea di cittadinanza come adesione, costruita su un percorso reale di integrazione, quindi bene. Lo ius soli puro, che lega la cittadinanza al solo luogo di nascita, è più discutibile ed è raro in Europa. La proposta, inoltre, non dice nulla su tempi e requisiti, che sono il cuore della questione. Manca, come al solito, la parte concreta.
18. Il ritorno dell'abuso d'ufficio
La proposta. Ripristinare il reato di abuso d'ufficio, cancellato dal governo Meloni. Il Parlamento ne ha approvato in via definitiva l'abolizione il 10 giugno 2024.
Perché non torna. I numeri del ministero della Giustizia parlano da soli. Nel 2021 sono stati definiti davanti a Gip e Gup 5.418 procedimenti per abuso d'ufficio: ne sono uscite 9 condanne e 35 patteggiamenti. In dibattimento, le condanne sono state 18 su 513 procedimenti. Migliaia di amministratori indagati per poche decine di condanne. Il costo vero è la «paura della firma», la burocrazia difensiva di sindaci e dirigenti che preferiscono non decidere. Per un garantista la corruzione si combatte con reati precisi, non con uno che permette di indagare quasi qualunque atto.
19. Deepfake e intelligenza artificiale in campagna elettorale
La proposta. Vietare a partiti e candidati i deepfake di persone reali, con sanzioni fino a 500 mila euro, la perdita del 2 per mille e la rimozione entro 24 ore. Etichetta obbligatoria su ogni contenuto politico generato con l'IA e un'unità di intervento rapido durante le campagne elettorali.
Perché non torna. Qui il problema è “un paradosso dei confini vaghi”. Sanzioni pesanti, rimozioni in 24 ore e una squadra dedicata creano un apparato che decide in fretta cosa si può dire in politica. Dove finisce il deepfake e dove comincia la satira, la parodia o il fotomontaggio? Lo Stato, semplicemente, non dovrebbe avere il problema di proibire. Full stop.
20. Palestina e riarmo
La proposta. Riconoscere lo Stato di Palestina, sospendere l'Accordo di associazione tra Ue e Israele, imporre un embargo sulle armi e vietare i prodotti degli insediamenti. Dire no al riarmo in nome di una difesa comune europea (1.628 voti a favore). Fratoianni ha promesso che il primo Consiglio dei ministri revocherebbe l'impegno Nato di portare la spesa militare al 5% del Pil.
Perché non torna. La sospensione dell'accordo con Israele e i divieti commerciali sono competenza dell'Unione: un governo italiano può chiederli, non deciderli da solo. Spiace! In più, revocare in modo unilaterale un impegno preso in sede Nato significa lasciare che siano gli alleati a pagare la sicurezza comune. È il classico problema di chi viaggia senza biglietto, e ha un costo di credibilità. La difesa comune europea è un'idea seria, ma va costruita prima di smontare quella che c’è. Se vuoi stare più caldo la sera ti metti un cappotto addosso, non vai in giro nudo per la città in cerca di un cappotto che ti piaccia.