Francesca Albanese, la rockstar dei Pro-Pal e i suoi costosi tour attorno al mondo. Questo è il tema finito al centro, tra gli altri, del rapporto presentato al Parlamento britannico da parte della ONG svizzera UN Watch, la cui missione dichiarata è “monitorare le prestazioni delle Nazioni Unite sulla base della propria Carta”, considerata filo-israeliana. L’organizzazione ha messo un faro sui finanziamenti esterni riservati agli esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani, mettendo in evidenza come degli 88 milioni di dollari ricevuti in sovvenzioni e sostegni, 11,8 milioni sarebbero stati omessi dalle relazioni annuali. Curioso per un ruolo che, sulla carta, sarebbe non retribuito, proprio in ragione della supposta indipendenza del relatore, che non dipende dall’ONU né dagli Stati per il proprio reddito. Del resto, che lavoro faccia di preciso Francesca Albanese ancora non si è ben capito, diceva di essere avvocato internazionale, poi si è scoperto non essere vero ed è diventata giurista, nel tempo libero posa per le riviste di moda con capi griffati ma niente di serio, a tempo pieno lotta per la “resistenza” contro l’“ultracapitalismo sfrenato” e denuncia i crimini israeliani girando il mondo fra incontri, presentazioni e forum, anche a pagamento secondo UN Watch.
E, bene precisarlo, per quanto riguarda la queen dei Pro-Pal le somme a lei contestate, 2,56 milioni di dollari circa, non sarebbero state da lei personalmente incassate, ma una cifra riguardante servizi, collaborazioni, viaggi e risorse messi a sua disposizione da soggetti esterni, la cui trasparenza e rendicontazione destano qualche domanda.
Parliamo di missioni e iniziative della Albanese finanziate da università e network Pro-Pal. 600 mila dollari dalla Columbia University, 300 mila dall’Università di Galway, quasi 80 mila dall’Università di Pisa, dove Francesca Albanese ha conseguito la laurea in giurisprudenza, e qui qualche domanda se la dovrebbe fare anche il Ministero dell’Università e della Ricerca. Ma non solo, si parla di viaggi sponsorizzati da Al Jazeera, tv qatariota che il governo israeliano chiama il “megafono di Hamas”, e a cui Albanese aveva commentato l’attacco terroristico di Hamas contro Israele del 7 ottobre, dichiarandosi completamente scioccata e inorridita dalla violenza (non dell’attacco, ma delle “narrazioni che si instaurano immediatamente”). Nel mirino anche un tour tra Australia e Nuova Zelanda nel 2023, costato circa 22,5 mila dollari all’associazione Australian Friends of Palestine e ad altri gruppi di pressione Pro-Pal. Una questione che di per sé non ha nulla di illecito, ma che non può non sollevare dubbi sulla trasparenza e l’indipendenza delle missioni di Francesca Albanese, diventate tour di sensibilizzazione di parte, finanziati in parte, secondo UN Watch, dalle stesse parti (e scusate il gioco di parole). La rockstar dei Pro-Pal in tour internazionale permanente, ma chi paga? Sicuramente l’imparzialità.