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28 ottobre 2026

Caso David Rossi: la strana storia di Roberto Nesticò, il carabiniere che indagava su Villanova Correa e che oggi è il suo avvocato

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

28 ottobre 2026

Prima vagliava le sue dichiarazioni, oggi è il suo avvocato. Roberto Nesticò, Renan Correa, una lettera anonima stampata nella caserma dei carabinieri di Siena e il caso David Rossi. Che storia c'è dietro una delle fonti della Commissione Vinci?

Foto: ChatGpt

Caso David Rossi: la strana storia di Roberto Nesticò, il carabiniere che indagava su Villanova Correa e che oggi è il suo avvocato

È una parentesi abbastanza assurda quella di Roberto Nesticò e Renan William Vilanova Correa. Stiamo parlando di un avvocato, Nesticò, e di un suo cliente, condannato per l’omicidio di una prostituta colombiana nel 2013. Parliamo del signor Correa, le cui dichiarazioni, in tempi non sospetti, erano state vagliate proprio dal suo attuale avvocato, quando questo era luogotenente dell’Arma. Tempi in cui una lettera anonima, stampata presso il Comando provinciale dei carabinieri di Siena, provocò un pandemonio per le accuse relative a una presunta relazione di Nesticò con la sorella di Correa. Neanche a dirlo, sullo sfondo c’era l’omicidio di David Rossi. Oggi Correa, accanto all’ex collaboratore di giustizia condannato per calunnia, Saverio Giampà, è una delle due fonti sentite dai consulenti della Commissione d’inchiesta attraverso le quali il presidente Gianluca Vinci ha indicato i presunti responsabili della morte di Rossi nell’ex presidente del Monte Giuseppe Mussari e nell’ex capitano degli Azzurri, Gabriele Ceccherelli detto lo Zena. Ma cosa c’entrano l’ex inquirente, oggi avvocato, Nesticò e il suo assistito, Correa?

La caduta di David Rossi ripresa dalle telecamere
Gli ultimi attimi di vita di David Rossi

A Siena, il 3 marzo 2013, tre giorni prima della morte di Rossi, veniva ritrovato il corpo senza vita di Lucelly Molina Camargo, conosciuta come “Lorena”, una prostituta colombiana di 32 anni. La donna era stata uccisa brutalmente, colpita alla testa con un oggetto contundente, all’interno di un appartamento in via Vallerozzi. Secondo la ricostruzione dell’epoca, l’omicidio sarebbe avvenuto il giorno precedente. Il 14 marzo i carabinieri arrestano un diciannovenne brasiliano residente a Grosseto, si chiama Renan William Vilanova Correa e viene condannato a vent’anni di reclusione per i fatti consumatisi a poche centinaia di metri dall’ufficio da cui David Rossi precipita e muore tre giorni dopo. Passano sei anni e Correa, dal carcere, inizia a parlare di David Rossi perché sostiene di conoscere gli uomini coinvolti nella morte del manager di Mps. Racconta di festini a base di cocaina frequentati da politici e magistrati, tira in ballo lo Ior, parla di video compromettenti e di personaggi della Siena che conta. Arriva a indicare tre presunti responsabili della morte di Rossi, tra cui un albanese che vive a Milano. E soprattutto sostiene che l’omicidio della prostituta per cui sta scontando la pena avrebbe a che fare con filmati di incontri sessuali compromettenti. È nello stesso filone dei presunti festini che si colloca la condanna inflitta il 17 luglio 2026 dal Tribunale di Genova ad Antonino Monteleone, Marco Occhipinti e Davide Parenti, rispettivamente inviato, autore e ideatore de Le Iene. I tre sono stati condannati a 6mila euro di multa ciascuno per diffamazione nei confronti del pubblico ministero senese Nicola Marini, in relazione al servizio televisivo andato in onda il 21 marzo 2019. Il gip di Genova arriverà a descrivere le dichiarazioni di Correa come caratterizzate da una nota di “narcisistico protagonismo”. Eppure, per un periodo, gli inquirenti provano a verificare quelle informazioni. All’epoca è il luogotenente dei carabinieri Roberto Nesticò a comandare il Nucleo investigativo di Siena. Il detenuto sostiene di aver partecipato a festini con magistrati e politici, arrivando a riconoscere uno dei pubblici ministeri che si erano occupati del caso Rossi. I verbali vengono trasmessi al Consiglio superiore della magistratura. Gli investigatori approfondiscono anche alcune circostanze relative all’omicidio di Lorena. Tra queste, la singolare vicenda di un amico albanese di Correa che sarebbe scomparso dopo il delitto, risultando apparentemente morto durante un’immersione nel Grossetano, salvo poi ricomparire mesi più tardi. Mentre Nesticò lavora su questa pista, però, nel giugno 2020, da una stampante del Comando provinciale dei carabinieri di Siena esce una lettera anonima contro di lui. Il documento, firmato “Avvocati onesti”, contiene delle accuse nei suoi confronti. All’epoca ne scrive il Fatto Quotidiano. L’anonimo sosteneva che il luogotenente intrattenesse una relazione sentimentale con la sorella di Correa e che avesse favorito la propria moglie, avvocato. Oggi la sorella di Correa contesta, insieme a Nesticò, le modalità con cui i consulenti della Commissione parlamentare d’inchiesta avrebbero raccolto le dichiarazioni del detenuto, denunciando presunte pressioni psicologiche e incontri avvenuti senza le necessarie garanzie. Tornando al 2020, però, le accuse vengono esaminate dalla magistratura e giudicate prive di fondamento. A stampare il documento sarebbero stati due carabinieri subordinati proprio a Nesticò, scoperti da un altro collega che segnala l’accaduto. I due militari finiscono sotto indagine per diffamazione e, nel dicembre 2021, il gip Jacopo Rocchi respinge la richiesta di archiviazione della Procura di Siena, disponendo ulteriori accertamenti. A dicembre 2021 Nesticò viene ascoltato dalla prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, presieduta da Pierantonio Zanettin. Il resoconto stenografico è pubblicato sul sito della Camera dei deputati. Il luogotenente riferisce di aver partecipato, come osservatore, alla simulazione della caduta effettuata nell’ufficio di Rossi. Poi spiega di essersi occupato di un altro filone investigativo, più consistente, riguardante vicende potenzialmente collegate alla morte del manager. Cita accertamenti delegati dalle Procure di Genova e Siena e attività che hanno interessato anche Grosseto. A quel punto chiede di proseguire l’audizione in seduta segreta.

David Rossi
David Rossi Foto Ansa

L’8 novembre 2024, invece, la seconda Commissione parlamentare d’inchiesta, questa volta presieduta da Gianluca Vinci, si reca nel carcere di Prato per incontrare proprio William Vilanova Correa. Accanto al detenuto, in qualità di avvocato, i consulenti ritrovano proprio Roberto Nesticò. Correa inizialmente non vuole neppure uscire dalla cella, poi accetta l’incontro ma non rilascia dichiarazioni. Così si arriva all’ottobre 2026, quando la Commissione Vinci fa il roboante annuncio su Giuseppe Mussari e Gabriele Ceccherelli. A parlare sono stati sia Saverio Giampà, sia Correa. Entrambi condannati per calunnia. Il primo avrebbe fornito informazioni sul ruolo di Ceccherelli, mentre le dichiarazioni attribuite al secondo vengono utilizzate anche nell’approfondimento di presunti collegamenti economici con ambienti della criminalità organizzata. L’ex carabiniere, oggi avvocato del brasiliano, presenta un esposto alla Procura di Spoleto per contestare le modalità con cui la Commissione avrebbe incontrato il suo assistito in carcere il 13 luglio 2026. Secondo la versione del legale, Correa sarebbe stato avvicinato senza che il suo difensore ne fosse informato. La polizia penitenziaria avrebbe inoltre comunicato al detenuto che i visitatori erano suoi parenti. Durante l’incontro gli sarebbero state poste domande, ma senza il rilascio di un verbale formale. Le informazioni sarebbero poi finite in un’annotazione di polizia giudiziaria. La Commissione, però, contesta questa ricostruzione, sostenendo che Correa fosse stato invece informato della visita. Nesticò sostiene che le modalità di acquisizione delle dichiarazioni renderebbero l’atto inutilizzabile in un eventuale processo. Anche la sorella del detenuto, quella già coinvolta nei fatti relativi al foglio anonimo stampato presso il Comando dei carabinieri, Francielli Vilanova Correa, è intervenuta pubblicamente sostenendo che il fratello sarebbe stato sottoposto a pressioni psicologiche e avrebbe finito per parlare pur di essere lasciato in pace.Ora al lavoro sull’ipotesi dell’omicidio di David Rossi ci sono la Dda di Firenze e quella di Brescia, che hanno acquisito i documenti prodotti dalla Commissione d’inchiesta. Mussari e Ceccherelli, però, non risultano indagati.

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Polizia al lavoro Foto Ansa

Ci riferiamo all’Antonio Muto, nato nel 1962 a Cutro e imprenditore edile nel Mantovano che finisce coinvolto nell’inchiesta Pesci della Dda di Brescia perché gli investigatori sospettano che lui sia un referente economico della cosca Grande Aracri in Lombardia. Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio, durante il processo, aveva raccontato di aver visto nell’agosto 2011 Antonio Muto uscire dall’abitazione di Nicolino Grande Aracri a Cutro. Secondo quanto gli sarebbe stato riferito, poi, Muto in tal caso si sarebbe recato dal boss per parlare di alcuni lavori a Mantova. Peccato che l’ipotesi accusatoria non regge in giudizio e il 28 aprile 2017 Muto viene assolto nel processo Pesci. Muto, sempre questo Muto, ad ogni modo ebbe più contatti accertati con Monte dei Paschi. Nel maggio 2012 veniva accompagnato dall’ex senatore democristiano Franco Bonferroni, e da un ex dipendente Mps, nella sede centrale del Monte a Siena al fine – secondo gli inquirenti di Brescia – di sbloccare alcuni finanziamenti destinati alle sue attività immobiliari nel mantovano. Nel luglio dello stesso anno, poi, Muto, sempre in compagnia di Bonferroni, tornano a Siena per incontrare direttamente Fabrizio Viola, allora amministratore delegato di Mps. Secondo l’informativa di cui riporta il contenuto il Fatto Quotidiano, Muto avrebbe sollecitato la definizione di un finanziamento da 600 mila euro e si sarebbe interessato all’avanzamento professionale di un dirigente della banca nel Mantovano. Va specificato che questo incontro non è stato oggetto di contestazioni penali nei confronti di Viola. Questo Antonio Muto, però, il 22 settembre ha negato in Commissione d’inchiesta di essere quella persona che avrebbe raccontato a Luca Goracci – dunque un racconto de relato il suo e non accertato – di quel lontano 6 marzo 2013 in cui avrebbe dovuto incontrare proprio David Rossi, alle ore 18, nella sede centrale del Monte. Questa persona identificatasi come Antonio Muto – dice a Goracci – quel giorno sarebbe arrivato grande ritardo all’appuntamento. Alle 19 e 50, nei pressi del vicolo Monte Pio, dove avrebbe trovato, nel racconto, il manager già morto, defenestrato dal terzo piano del suo ufficio. A quel punto tre o quattro persone lo avrebbero aggredito. A quel punto, dice Goracci, lui riesce a scappare e addirittura sente esplodere un colpo di pistola durante la fuga. Tutte affermazioni, fino ad ora, mai accertate.

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