Nel vicolo dei Monte Pio dove il 6 marzo del 2013 alle ore 19.43 precipitava dal quarto piano del suo ufficio un David Rossi spaventato e malmenato dal suo assassino, oggi si scontrano due tentativi opposti di ricostruire i fantasmi orbitanti attorno a quell’omicidio mai risolto. Dal famoso “omino” affacciato nel vicolo alla pista della ‘ndrangheta. Il punto da spiegare più approfonditamente oggi è uno solo: non tutti i calabresi sono ‘ndranghetisti, in particolare quelli che abitano a Siena. Un’affermazione, direte voi, ridicola e avete ragione. Quale ovvietà! Non lo è per tutti, evidentemente. Le convocazioni di oggi a Palazzo San Macuto per l’audizione in Commissione d’inchiesta, quella presieduta dall’onorevole Gianluca Vinci, lo provano. Sono stati chiamati a testimoniare sotto giuramento, infatti, Filippo Rossi, fratello della vittima e il signor Ivan Catana, che all’epoca avrebbe dovuto lavorare in un ristorante gestito da una cooperativa di ex carcerati – tra cui anche alcuni calabresi – nei pressi di Rocca Salimbeni. Spoiler, nessuno dei due ha saputo raccontare nulla perché nulla sapeva e nulla c’entrava con questa storia. Il secondo, Catana, è poi un nome interessante più che per le sue dichiarazioni – scena muta – perché suggerisce il motivo per cui l’onorevole Vinci potrebbe averlo convocato. Ovvero, quello di sgombrare la pista madre dell’inchiesta, quella che porta a Viadana e alla cosca di ‘ndrangheta dei Grandi Aracri, da elementi confusionari e di alcun rilievo. Ma andiamo con ordine.
Anzitutto il fratello di David è né calabrese e né tantomeno ha restituito informazioni utili alla commissione, infatti, pur non essendo mai stato sentito prima, le domande somministrategli non ha suscitato in lui risposte di rilievo. All’epoca dei fatti era esterno al circuito di amicizie di David Rossi e con lui non parlava mai di lavoro, nemmeno nel periodo delle perquisizioni. Il secondo nome sentito oggi, Ivan Catana, dicevamo, è più interessante, proprio per la sua scena quasi muta. Ivan Catana lavorava sì in un ristorante gestito da una cooperativa sociale di ex carcerati (tra cui alcuni calabresi), ma in epoca successiva alla morte di David Rossi, ovvero a partire dal 2014. All’epoca della tragedia si occupava ancora di raccogliere rifiuti biologici. La sua audizione, infatti, è durata pochi minuti. Dunque lei conosce Giandavide Depau? Domanda Gianluca Vinci al signor Catana, riferendosi al Depau legato per anni come autista e factotum a Michele Senese e che nel 2019 affermò di essere stato lui ad uccidere David Rossi, senza che poi la procura di Siena e gli investigatori romani trovassero alcun riscontro. No, Ivan Catana è estraneo a tutto questo. Conosce Villanova Torrea? Ovvero William Renan Vilanova Correa, il detenuto brasiliano condannato per l’omicidio di Lucelly Molina Camargo, che aveva reso dichiarazioni sulle circostanze della morte di Rossi e che la Commissione era andata a incontrare in carcere nel novembre 2024. E no, non lo conosce. Come non conosce chi sia Gabriele Ceccherelli detto Zena, l’ex capitano del calcio fiorentino che in questa inchiesta è venuto fuori con l’annuncio, a metà settembre, della sua futura audizione da parte della Commissione. Conosce Francesco Giusti? L’uomo che dalla vigilessa Giovanna Ricci è stato identificato come l’uomo del vicolo di Monte Pio. Giusti a sua volta respinge fortemente questa ricostruzione. Conosce l’avvocato Roberto Martini? Ex avvocato del proprietario del ristorante Millevini di Alberto Degortes – indicato tra i componenti del cosiddetto gruppo della banda della birreria con cui David Rossi si incontrava circa ogni quindici giorni a pranzo – e attuale avvocato di Francesco Giusti che nella seconda metà di giugno, scrive il blog l’Eretico, avrebbe inviato una lettera alla Commissione indicando il nome di una persona affacciatasi nel vicolo mentre David era agonizzante (chissà se la Commissione presieduta da Vinci avrà dato credito al suggerimento in forma riservata proveniente dall’avvocato Martini).
Ad ogni modo la pista più consistente, quella che porta a Viadana e ai Grande Aracri, quella che cerca di far luce sulle contraddittorie dichiarazioni di Luca Goracci alla signora Giovanna Ricci, che quest’ultima colloca indicativamente nel 2017, poi riferite da Ricci ai Carabinieri di Siena il 24 febbraio 2020 e, successivamente, alla Commissione d’inchiesta nell’audizione del 7 aprile 2026. Parliamo di quel gioco di specchi di dichiarazioni de relato che porterebbero alla figura dell’imprenditore mantovano con un passato legato ai Grande Aracri, Antonio Muto, coinvolto a partire dal 2015 nell’inchiesta antimafia “Pesci” (e poi assolto), che però nell’audizione davanti alla Commissione del 22 settembre 2026 nega di essere la persona identificata da Gregoracci. E pure Gregoracci nega che il Muto mantovano di cui sopra fosse la persona da lui incontrata nel suo studio all’inizio del 2016, circostanza resa pubblica per la prima volta il 5 novembre 2017 nell’articolo di Sergio Rizzo su Repubblica. Un grosso mistero attorno al quale il 12 ottobre, quando ci saranno i riscontri del nuovo esame delle immagini e degli accertamenti biometrici effettuati sulla persona che era stata identificata come l’uomo ripreso nel vicolo, potrebbe in qualche modo diradarsi un po’ di nebbia.