Tutti artificieri con la vita degli altri. Lui sta querelando tutti e non conviene cominciare un articolo con questa frase? Fa niente, corriamo il rischio. Perché a leggere le carte di Garlasco - quelle che sono nuove perché consegnate solo da pochi mesi ma in realtà sono vecchissime - c’è da ritrovarsi con un po' mal di stomaco e parecchi dubbi. E perché un conto è andare a dire in giro – senza contraddittorio – di aver fatto tutto alla perfezione (e non c’è motivo di dubitarne fino a prova contraria) e diverso è ritrovarsi a fare i conti con certi toni. Certi modi. Forse certi metodi. Ok, premessa troppo lunga e andiamo al sodo. O, meglio, andiamo a immergerci di nuovo in quelle carte che a volte odorano di sciatteria istituzionale, di certezze calate dall’alto e di un metodo investigativo che avevamo creduto (e sperato) diverso. Ve le ricordate le famose mail interne al RIS di Parma? Bene, non c’era solo quella in cui l’allora colonnello Luciano Garofano suggeriva di “adombrare” una misura di scarpa per le impronte a pallini rilevate in casa Poggi dopo l’omicidio di Chiara. C’è anche un’altra mail che riguarda le scarpe di Alberto Stasi, anzi, una scarpa sola. Ictu oculi non sporca di sangue. Ma andiamo per ordine.
Siamo nel febbraio del 2009. La difesa di Alberto Stasi deposita nuove memorie e mette sul tavolo elementi che avrebbero dovuto suggerire almeno un approfondimento: la testimonianza della madre di Alberto, la signora Elisabetta Ligabò. La donna racconta che il figlio aveva camminato sul prato bagnato con indosso quelle stesse scarpe Lacoste che di lì a poco sarebbero diventate – per assenza di tracce – la prova di una menzogna e, di conseguenza, di una colpa. Eppure, nei corridoi del RIS, l’uscita della madre viene accolta come una seccatura da disinnescare in fretta e furia: “mine innescate” dalla mamma di Stasi. La stessa donna che, senza essere presa in considerazione, aveva riferito pure che i carabinieri avevano smanettato sul PC di Alberto (che quella mattina il computer documentasse il lavoro di Alberto sulla tesi, e quindi un alibi, si scoprì solo nel 2009, grazie alla scrupolosità dei periti nominati dal giudice Vitelli, l’ingegner Roberto Porta e il dottor Daniele Occhetti).
La corrispondenza elettronica tra il maggiore Paolo Fratini e il colonnello Luciano Garofano è – consentiteci un giudizio – impattante sul piano di tanto cinismo. Fratini ammette candidamente le difficoltà incontrate nel fare ordine tra i faldoni della prima ora, alla ricerca spasmodica di un’annotazione di polizia giudiziaria che servisse a blindare la tesi accusatoria: l’annotazione in cui si attestava che quelle scarpe, nell’immediatezza dei fatti, non presentavano tracce di sangue visibili sotto la suola. Scrive Fratini: “Io finora ho cercato di fare ordine dentro i faldoni (...) ma non l'ho trovata!”. Se l’annotazione non c’è, la si cerca, la si pretende dai carabinieri di Vigevano, l’importante è che la coperta resti tirata dalla parte giusta.
La risposta del comandante Garofano? E’ questa (nell’immagine il testo completo): “le testimonianze dei genitori non contano”. E giù, dritto verso la conclusione: “a noi basta una scarpa”. Di che scarpa parlava? Di quella, sempre Lacoste e sempre di Alberto Stasi, che un carabiniere aveva fatto sollevare al “biondino dagli occhi di ghiaccio”, sottolineando come non si notassero tracce di sangue. Come a dire: basta con le storie del prato bagnato, basta con le variabili ambientali, basta con i dubbi legittimi. Basta pure con il considerare i consulenti tecnici di Stasi come dei professionisti, con tanto di invito a farli passare per mezzi asini (in tema di BPA). Bastava un’occhiata buttata lì da un brigadiere (Serra) il giorno stesso, messa per iscritto quindici giorni dopo in un’annotazione recuperata all’ultimo, per archiviare ogni complessità. A che servono i laboratori, i microscopi, le analisi d’avanguardia se puoi fare tutto a occhio? La scienza, bellezza. O meglio, la parvenza di scienza utile a confezionare un verdetto.
Peccato che pochi mesi dopo, nell’estate del 2009, i periti del giudice Vitelli – Varetto, Bison e Robino – smontino proprio quell’occhiata. Il sangue secco calpestato, scrivono, lascia “al più” piccole tracce, visibili a occhio nudo “solo se attentamente ricercate”. Figuriamoci su una suola scura. E, ricordiamolo, su una sola suola. Il mancato avvistamento è, quindi, “trascurabile”. Quello che al RIS bastava per chiudere la partita, per i periti del giudice non valeva nulla. Possiamo dirlo – almeno - che leggere oggi quelle righe fa rimanere male? Perché modi e toni spiegano da soli, al di là di tutto e senza entrare nel merito delle questioni tecniche, come un ragazzo potrebbe essere stato tritato prima di tutto da un convincimento diffuso. Liquidando il tutto come “mine innescate”, insieme a chi, nel frattempo, da genitore di un essere umano che in quel momento era innocente fino a prova contraria, cercava di far notare incongruenze o sottolineare necessità di approfondimenti.