In una palestra del Foro Italico, a Roma, la buona volontà, la fisica forense e la biomeccanica si sono incontrate. E, questa mattina, hanno disintegrato la comoda verità istituzionale che per tredici anni ha marchiato la morte di David Rossi come suicidio. L’esperimento della commissione parlamentare guidata da Gianluca Vinci, orchestrato dal tenente colonnello del RIS Adolfo Gregori con i consulenti Robbi Manghi e Marco Nigrisoli, ha raccontato con un riscontro quello che ormai era già chiaro a molti. Costruita una replica esatta della finestra di Rocca Salimbeni, un uomo dei Carabinieri (o dei Vigili del Fuoco secondo altre fonti) identico per corporatura al manager di Mps ha simulato gli istanti che hanno preceduto il volo nel vuoto.
Risultato? Prima di essere gettato giù dalla sede storica di MPS e morire sul selciato di un vicolo, Davide Rossi ha tentato una difesa disperata contro due o più aggressori. Insomma, David Rossi non si è lanciato. I traumi individuati sul corpo prima dell’impatto – su tutti la frattura al capitello radiale sinistro evidenziata dalla TAC, tipica di una torsione a leva impressa da qualcuno sul braccio – raccontano una colluttazione. Rossi è stato affrontato nel suo ufficio da almeno due uomini prestanti, immobilizzato, affacciato nel vuoto a scopo intimidatorio e infine lasciato cadere la sera del 6 marzo 2013.
Due archiviazioni della Procura di Siena, quindi, crollano non più davanti a Le Iene, come qualcuno aveva ironizzato in passato. Ma davanti alle leggi della fisica, costringendo definitivamente i magistrati a riaprire il fascicolo su impulso del legale della famiglia, Carmelo Miceli. E’ quello che è giusto. E’ quello che succederà. Solo che una riflessione viene inevitabilmente da farla e la geografia non c’entra niente: sicuri che Siena sia poi così lontana da Garlasco? In entrambi i casi – come purtroppo moltissimi altri in Italia - il problema non è mai stato l'assenza di tracce, ma l'incapacità – o la pervicace volontà – di non saperle leggere nelle prime ore cruciali.
A Siena come in Lomellina si è assistito al medesimo riflesso condizionato: sposare la tesi più comoda e veloce (il gesto volontario da una parte, l'indiziato perfetto dall'altra) scartando sistematicamente le anomalie, i reperti mai analizzati, i computer manomessi, le testimonianze ignorate. L'ufficio di MPS calpestato e riordinato prima dei rilievi è la fotocopia della villetta di via Pascoli, dove la contaminazione della scena del crimine ha generato un verminaio lungo vent'anni. Siena e Garlasco, forse, sono unite dalla stessa miserabile domanda: perché quando la giustizia incrocia ambienti complessi o contesti di potere si finisce sempre col blindare la prima risposta utile?