Quelli di YouTube c’erano arrivati da un pezzo e, su tutti, viene in mente il gran lavoro fatto negli anni da Federico Liguori, ma adesso anche la TV è tornata a mettere la luce sulle tante, troppe, anomalie che hanno riguardato la condanna di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio. Le telecamere de Le Iene sono infatti tornate a scavare dove la procura di Bergamo – un’altra delle ormai note procure lombarde - aveva preteso, forse frettolosamente, di mettere la parola fine. Dopo i dubbi riaperti e le anomalie scoperte su Garlasco, Le Iene sono entrate in un capitolo se possibile più cupo e pure più contorto della Giustizia: la morte di Yara Gambirasio.
Al centro dello scontro ci sono i vestiti della ragazzina di Brembate, la pista genetica che ha murato Massimo Bossetti in carcere e una catena di storture che adesso riaffiorano senza sconti. Il 7 febbraio 2025 gli avvocati del carpentiere di Mapello sono riusciti a mettere le mani sui reperti dopo il via libera dei magistrati. In mezzo agli atti spuntano scatti a altissima risoluzione mai usciti prima, legati agli accertamenti eseguiti sul giubbotto e sulla felpa trovati addosso alla tredicenne. L’avvocato Claudio Salvagni, con il genetista Marzio Capra, è andato giù dritto: cinque test immunologici, considerati blindati sul piano tecnico, archiviati nei verbali del tempo come negativi, evidenziano invece reazioni cromatiche chiare, riconducibili a liquido seminale. Dettagli biologici messi da parte. Catalogati male. Sepolti in fretta. Pure sulla felpa della povera ragazzina comparirebbe un segnale debole, del tutto coerente con un tessuto rimasto per novanta giorni nell'erba di Chignolo d'Isola. Sotto pioggia, neve, gelo e fango. Il fango quello vero e, forse, anche quello metaforico.
“Un biologo forense con quegli esiti in mano – ha detto Capra - doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini per capire meglio”. E la domanda che viene da farsi è pesante: se quel seme fosse stato di Bossetti, l’accusa lo avrebbe sbandierato per chiudere i giochi una volta per tutte? Sì. Ma se invece non è suo, di chi è? Insomma, ci risiamo: saltano fuori storture di metodo, forzature investigative e convinzioni incrollabili tirate su su basi che vacillano anche a un semplice controllo visivo. La caccia enorme che portò al DNA di Ignoto 1 – quel codice diventato la Bibbia di tre gradi di giudizio – si mostra oggi piena di dettagli tagliati fuori e letture a senso unico. Come la storia già tristemente sentita di inquirenti che hanno tirato dritto verso un solo bersaglio pur di blindare il colpevole perfetto, mandando a farsi benedire elementi che potevano ribaltare la storia della notte di Brembate.
Adesso la difesa pretende di rianalizzare quei reperti con i macchinari di oggi, roba assai più precisa rispetto ai reagenti di quattordici anni fa. Cercano di colmare i buchi che all'epoca i periti hanno preferito ignorare. Bossetti intanto resta all’ergastolo. E continua a professarsi estraneo. Pure gli incubi, come le favole, hanno una morale: c'è un uomo dentro con una condanna a vita e troppi punti interrogativi. Che non significa, sia inteso, che Bossetti è innocente, ma solo che non ce lo si è chiesti abbastanza. Oltre, insomma, quel ragionevole dubbio che è diventato principio calpestabile il giorno stesso in cui questo Paese ha deciso di delegare tutto alla scienza per sollevare gli uomini dal dovere delle indagini tradizionali.