Per anni è stato il caso giudiziario che sembrava non poter più muovere un millimetro. Sentenza definitiva: ergastolo confermato fino all’ultimo grado. Impianto accusatorio fondato soprattutto sul Dna attribuito a Ignoto 1 e identificato in Massimo Bossetti. Ma mentre l’attenzione pubblica torna a concentrarsi sul tema delle revisioni processuali grazie agli sviluppi che riguardano Alberto Stasi, anche sul fronte Bossetti qualcosa si sta muovendo. Una revisione? Non ancora. I difensori del muratore di Mapello, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, hanno depositato davanti alla Corte d’Assise di Bergamo, che in questa fase agisce come giudice dell’esecuzione, la richiesta di ottenere il via libera a nuovi accertamenti tecnico-scientifici sui reperti e sui campioni biologici che esistono ancora. In particolare sugli indumenti che Yara Gambirasio indossava quando scomparve il 26 novembre 2010 e venne poi ritrovata senza vita tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola. Leggings, slip, scarpe, felpa, giubbotto. Materiale che, secondo la difesa, è stato conservato e che oggi potrebbe essere nuovamente analizzato
Per capire perché questa istanza abbia un peso specifico rilevante bisogna tornare indietro di qualche anno. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, fatta di richieste respinte, ricorsi e controricorsi, i legali di Bossetti avevano ottenuto dalla Cassazione un risultato che per lungo tempo era sembrato irraggiungibile: la possibilità di osservare i reperti dell’inchiesta. Nel maggio del 2024 la difesa, insieme ai propri consulenti, aveva potuto vedere gli scatoloni che custodiscono ciò che resta delle prove materiali del caso. Gli indumenti della tredicenne, le provette contenenti residui biologici, gli elementi raccolti durante una delle più imponenti indagini della storia giudiziaria italiana. Tutto aperto esclusivamente dagli operatori autorizzati e immediatamente richiuso. Poi è arrivato un secondo tassello. La consegna alla difesa delle fotografie ad alta definizione realizzate dal Ris di Parma durante le indagini e dei dati genetici raccolti nel corso degli accertamenti. Secondo Salvagni e Camporini è proprio dall’analisi di quel materiale che sarebbero emersi elementi nuovi, non conoscibili prima. Elementi che oggi giustificano la richiesta di ulteriori verifiche scientifiche. La prudenza processuale impone di distinguere i piani. Quella depositata a Bergamo non è una domanda di revisione della condanna. Non chiede ai giudici di riscrivere la sentenza che nel 2018 ha reso definitivo l’ergastolo per Bossetti. Chiede qualcosa di preliminare: poter svolgere accertamenti. Ma è altrettanto evidente che l’obiettivo finale si trova più avanti.
La revisione, infatti, può essere domandata soltanto quando emergano prove nuove capaci, da sole o insieme a quelle già esaminate, di mettere in discussione il verdetto. È qui che si concentra la partita. La difesa sostiene che i dati ottenuti negli ultimi mesi abbiano aperto scenari mai esplorati e parla apertamente di elementi “deflagranti”. Un termine forte, scelto non a caso. Significa che gli avvocati ritengono di avere individuato aspetti potenzialmente in grado di incidere sulla lettura delle prove. Quali siano, però, resta per ora coperto dalla strategia difensiva. Adesso la decisione passa alla Corte d’Assise di Bergamo. Saranno i giudici a stabilire se le ragioni esposte meritino un approfondimento e se autorizzare o meno nuove analisi sui reperti conservati. Da quella scelta dipenderà il futuro della strategia difensiva di Bossetti. Se il via libera arriverà, si aprirà una nuova fase investigativa. Se dagli accertamenti dovessero emergere risultati favorevoli alla tesi della difesa, allora il percorso verso una richiesta di revisione potrebbe diventare concreto. Non è ancora il momento delle conclusioni. Ma dopo anni di immobilità processuale, il caso Yara registra un nuovo movimento. E nei processi che sembrano chiusi per sempre, spesso, è proprio da un movimento quasi impercettibile che cominciano le scosse più forti.