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Dopo il delitto di Garlasco il caso Gambirasio? “Vorrei sapere chi ha ucciso Yara”: Massimo Bossetti che lo dice a Bruno Vespa è la prova che il crime (pre Referendum) è la nuova ossessione (e che avevamo ragione)

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

  • Foto di: Ansa

22 gennaio 2026

Dopo il delitto di Garlasco il caso Gambirasio? “Vorrei sapere chi ha ucciso Yara”: Massimo Bossetti che lo dice a Bruno Vespa è la prova che il crime (pre Referendum) è la nuova ossessione (e che avevamo ragione)
“Piacerebbe sapere anche a me chi ha ucciso Yara Gambirasio”: lo ha detto Massimo Bossetti, nella prima parte dell’intervista per i 30 anni di Porta a Porta realizzata da Bruno Vespa. Di nuovo, a meno di clamorosi colpi di scena nella seconda parte in onda stasera, in verità c’è poco rispetto a una storia che, pur se processualmente conclusa, resta avvolta nella nebbia più fitta proprio come il delitto di Garlasco. Il vero elemento di novità, semmai, è un altro: c’entra la mania per il crime che s’è vestita, ormai, con abiti differenti rispetto al passato

Foto di: Ansa

di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

I colpevoli. Gli innocenti. Le vittime, quelle coperte di sangue e di terra e quelle coperte di toghe e “sentenze ben al di sotto dell’oltre ogni ragionevole dubbio”. E’ innegabile che è il nuovo trend e ci mangiamo sopra pure noi. Però, da 30 anni a questa parte, i tempi e i temi, anche del giornalismo, li scandisce Bruno Vespa da quel salotto di Porta a Porta che qualcuno ha definito il terza parlamento dopo Camera dei Deputati e Senato. C’è pure una data precisa, esattamente ieri sera, quindi, in cui è diventato ufficiale che il crime e la “giustizia come racconto” saranno la nuova ossessione. Sì, Bruno Vespa, per i trent’anni di Porta a Porta, è entrato nel carcere di Bollate e ha chiesto a Massimo Bossetti: “Se non è stato lei a uccidere Yara Gambirasio, chi è stato?” E lui, senza enfasi né provocazione: “Vorrei saperlo anch’io”. Nessuna svolta processuale. Nessuna rivelazione. Nessuna notizia in senso stretto. Ma un segnale. Di qualcosa che continua a non tornare, almeno sul piano del dibattito pubblico anche relativamente al caso – tristissimo – di Yara Gambirasio.

Bossetti
Massimo Bossetti

La prima parte dell’intervista andata in onda ieri allunga una frattura da Garlasco fino a Brembate. Anche perché Vespa – senza dirlo, ma sapendo benissimo quale è l’argomento del momento rispetto al delitto di Garlasco e alle “passioni di Alberto Stasi - entra subito in uno dei punti più controversi dell’inchiesta. Quale punto? Dai su, non fate finta di non aver visto l’intervista: le ricerche pornografiche trovate sul computer di casa Bossetti, inclusa quella famigerata stringa che rimandava a una tredicenne. Bossetti ammette il materiale hard. Ma nega con decisione quella ricerca specifica. Poi si dice incapace dal punto di vista informatico e parla di un computer usato da più persone. E ribadisce, come fa da anni, la propria estraneità rispetto all’omicidio di Yara. Esattamente come Alberto Stasi continua a fare dal carcere, in una strana e inquietante simmetria sulle asimmetrie di certe sentenze.

Alberto Stasi
Alberto Stasi

Il punto, chiaramente, non è stabilire davanti alle telecamere chi abbia ragione. La giustizia lo ha già fatto, piaccia o no. Bene o male. Anche perché, come per il delitto di Garlasco, prima o poi la verità viene fuori a prescindere (o almeno si spera) Ma la domanda è: perché Bossetti, perché questo caso, perché oggi? A dire il vero, su MOW avevamo già anticipato tutto in tempi non sospetti: serve un’altra storia altrettanto forte quanto Garlasco. Altrettando complicata. Altrettanto da chiarire. Ma anche, purtroppo, altrettanto funzionale. Il crime e la cronaca giudiziaria hanno tirato sempre, ma ora c’è da buttare un occhio pure sul contesto. In un momento in cui il tema della giustizia è di nuovo politicamente centrale, mentre si alimenta un rumore costante attorno a errori giudiziari, processi mediatici, “oltre ogni ragionevole dubbio” evocati come mantra o come accusa, il crime diventa lo strumento perfetto. Per chiarire? No, per agitare.

Bossetti, come Stasi, è ormai qualcosa di più – e di peggio – di un imputato o di un condannato: è un simbolo. Di una giustizia percepita come opaca da una parte dell’opinione pubblica e difesa come granitica dall’altra. Solo che questa polarizzazione non produce comprensione, ma solo schieramenti. E il crime, soprattutto quello che insiste sui casi più controversi, diventa carburante puro. Perché giustamente amplifica. E, in maniera maliziosamente funzionale, confonde. Questa sera andrà in onda la seconda parte dell’intervista. Non aggiungerà niente. Ma continuerà a tenere acceso il riflettore su una giustizia raccontata come eterna zona grigia, come teatro del dubbio permanente. E’ legittimo e magari anche assolutamente giusto, ma è pure pericoloso, perché mentre il pubblico si divide, si appassiona, si indigna, il tema della giustizia scivola sempre più dal piano tecnico a quello emotivo. Il crime rischia di diventare un dispositivo politico-culturale. Serve a costruire clima. A generare rumore. A preparare il terreno. Quando, invece, dovrebbe servire solo alla verità e non a convivere con i dubbi come forma di spettacolo.

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