Gli occhi del mondo sono puntati su Israele. Le elezioni per il rinnovo della Knesset sono quanto mai incerte così come il futuro politico di Benjamin Netanyahu. L'attuale premier, appoggiatissimo dagli Stati Uniti di Donald Trump, potrebbe giocarsi alcune carte interessanti. E attenzione: non è affatto scontato che una eventuale sconfitta di “Bibi” possa comportare la fine della guerra in Iran e a Gaza. “Se ci saranno dei cambiamenti saranno pura cosmetica”, ha spiegato il giornalista Alberto Negri nel corso di una lunga intervista a MOW.
La prima domanda è inevitabile: quanto rischia Netanyahu? Secondo lei vincerà o perderà?
La situazione è estremamente incerta. I sondaggi danno in vantaggio il blocco di opposizione, ma con numeri che oscillano indicativamente tra i 52 e i 56 seggi. Nessuno dei due schieramenti, né quello di Netanyahu né quello dell'opposizione, sembra destinato a raggiungere la maggioranza di 61 seggi necessaria per governare alla Knesset, il Parlamento israeliano. Ecco perché lo scenario è così incerto e non si possono escludere sviluppi ancora più difficili da decifrare.
Quali potrebbero essere questi scenari? Nuove alleanze e coalizioni, come già accaduto in passato, ma forse su scala ancora più ampia?
Per il momento entrambi i blocchi hanno escluso una possibile alleanza con i partiti arabi. Questo è un elemento abbastanza chiaro. Se nessuno dei due schieramenti dovesse ottenere la maggioranza, ci sarebbero essenzialmente due possibilità: la formazione di un governo di coalizione, come già avvenuto in passato tra il Likud e i suoi avversari, oppure la convocazione di nuove elezioni. Ci troviamo quindi davanti a una situazione in cui sono possibili entrambi gli scenari.
Quanto potere ha davvero l'estrema destra all'interno della coalizione di Netanyahu?
Ne ha molto. Abbiamo visto come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir siano stati protagonisti della politica israeliana negli ultimi anni. Sono figure che, in qualche modo, garantiscono a Netanyahu il sostegno del fronte dei coloni, una componente elettorale importante. Allo stesso tempo, possono contribuire a tenere insieme l'area dei partiti religiosi. Qui emerge un'altra questione significativa...
Prego
I partiti ultraortodossi chiedono di essere esentati dal servizio militare, un tema che rappresenta un problema politico rilevante. I partiti di estrema destra garantiscono dunque a Netanyahu il sostegno sia dell'ala legata ai coloni sia di quella religiosa. Entrambi questi gruppi possono esercitare un'influenza considerevole.
Dal suo punto di vista, che cosa cambierebbe rispetto alla guerra se Netanyahu venisse confermato oppure fosse sostituito da un nuovo premier? C'è chi sostiene che, se vincesse Netanyahu, la situazione resterebbe invariata, mentre una sua sconfitta potrebbe cambiare le cose. In che modo?
Le aggiungo una terza ipotesi: la situazione potrebbe non rimanere la stessa né con Netanyahu né senza di lui. Andiamo con ordine. Prima di tutto le differenze tra i due blocchi (la coalizione Netanyahu e l'opposizione ndr) sulla politica nei confronti di Gaza e della Cisgiordania non sono così marcate. È evidente che nessuno dei due sembra disposto a fare concessioni significative alla controparte palestinese. Entrambi continuano a sostenere il controllo israeliano su Gaza e, in generale, una linea molto dura nei confronti dei palestinesi. Anche in Cisgiordania è plausibile che prosegua la repressione. Quello che potrebbe cambiare, in caso di uscita di scena di Netanyahu, sarebbe soprattutto l'approccio sul fronte internazionale. Potrebbe esserci una sorta di operazione cosmetica, con il tentativo di evitare che Israele venga ulteriormente isolato a livello internazionale. Oggi Netanyahu conta molto sul sostegno di Donald Trump e degli Stati Uniti. Ma anche un eventuale governo alternativo dovrebbe fare i conti con Washington, il cui appoggio rimane decisivo per tutto ciò che avviene in Israele. È soprattutto sul piano internazionale, quindi, che potrebbero emergere alcune differenze.
Ecco, restando sul fronte internazionale, che cosa potrebbe succedere con le elezioni israeliane? Se Netanyahu vincesse, cercherebbe di condurre una nuova operazione militare contro l'Iran insieme a Trump? E se perdesse?
È possibile che Netanyahu cerchi comunque di promuovere un'operazione militare contro l'Iran insieme a Trump. Anche se non vincesse le elezioni, infatti, potrebbe tentare di farlo durante il periodo in cui resterebbe premier ad interim, sfruttando la guerra per perseguire la propria agenda politica. L'ipotesi di una ripresa del conflitto con l'Iran dopo le elezioni israeliane è quindi concreta in entrambi gli scenari. Se Netanyahu vincesse, avrebbe interesse a proseguire lungo questa strada; se perdesse, potrebbe comunque cercare di condizionare il quadro politico israeliano attraverso la guerra.
Allargando lo sguardo all'Europa e al resto del mondo, chi sostiene Netanyahu? E chi, invece, spera in un governo diverso, con un interlocutore differente, pur continuando ad appoggiare Israele?
Come dicevo, il sostegno più importante è quello degli Stati Uniti e di Trump. Nei giorni scorsi il presidente americano ha espresso pubblicamente il proprio appoggio a Netanyahu: è stato il segnale internazionale più significativo. Trump sostiene il premier israeliano, anche se lo ha trascinato nella guerra contro l'Iran iniziata il 28 febbraio, promettendo che sarebbe stato possibile rovesciare il governo iraniano. Khamenei è stato ucciso, ma il rovesciamento del regime, al momento, non si è concretizzato. Ecco perché l'appoggio del presidente americano è così importante per Netanyahu e per Israele nel suo complesso: rappresenta una sorta di salvagente politico e strategico.
E gli altri?
Per quanto riguarda gli altri attori, l'India è un partner importante di Israele e ha con il Paese rapporti consolidati. La Russia di Putin è invece impegnata su altri fronti, soprattutto in Ucraina, mentre la Cina non sembra attribuire alla questione israeliana lo stesso peso strategico degli Stati Uniti. L'unico attore che potrebbe esercitare un'influenza significativa è dunque l'Europa. Ma che cosa fanno gli europei? Hanno scelto la strada più semplice: attribuire a Netanyahu e al suo governo la responsabilità di quanto accaduto dall'ottobre 2023 in poi, come se la sua uscita di scena fosse sufficiente a cambiare il quadro. Non è così, e lo sanno tutti. Le cose non cambierebbero radicalmente né a Gaza né in Cisgiordania. Potrebbero esserci alcuni cambiamenti di facciata. Un nuovo governo potrebbe, per esempio, cercare di frenare maggiormente i coloni, che oggi agiscono spesso con notevole libertà. Ma l'Europa sarebbe disposta a sanzionare Israele? Lo farebbe se Netanyahu rimanesse al potere, e lo farebbe se venisse sostituito? Non credo.
L'Europa appare divisa
Su una questione fondamentale, come l'accordo di associazione tra Israele e Unione europea, gli Stati membri sono divisi. Germania e Francia, secondo quanto osservato finora, si sono opposte alle iniziative volte a sanzionare Israele o a congelare l'accordo. Non vedo perché la situazione dovrebbe cambiare automaticamente con o senza Netanyahu. La variabile più importante rimane quella americana, ma non credo che Washington modificherà facilmente la propria linea. Anche se Netanyahu perdesse, Trump potrebbe continuare ad appoggiarsi a lui durante la fase di transizione, mentre si cerca di formare un nuovo governo. Il processo potrebbe durare settimane o mesi e, in assenza di un accordo, potrebbe persino portare a nuove elezioni. In quel periodo, Netanyahu potrebbe continuare a utilizzare la guerra come strumento politico.
Nessun cambiamento in vista quindi?
Non credo he all'orizzonte si profili un cambiamento sostanziale. Una nuova escalation potrebbe essere meno probabile nell'immediato per via degli appuntamenti elettorali in Israele e negli Stati Uniti, ma i segnali di preparazione militare restano. Il New York Times ha riferito dell'esistenza di piani americani per attaccare l'Iran, mentre Netanyahu continua a lanciare messaggi duri contro Teheran.
A cosa dobbiamo preparaci?
Noi europei siamo il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro: sono altri a decidere della pace e della guerra, non l'Europa. Dobbiamo quindi prepararci anche agli scenari peggiori. Pensare che i prezzi del petrolio possano scendere semplicemente perché una nuova guerra non ci sarà potrebbe rivelarsi un'illusione. Non a caso, le quotazioni stanno salendo proprio per i timori di una ripresa del conflitto con l'Iran...