La data sul calendario da cerchiare con la matita rossa è il 27 ottobre. Quel giorno Israele voterà per il rinnovo della Knesset, il parlamento del Paese, nelle prime elezioni dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 che hanno innescato poi una guerra a Gaza, in Libano e in Iran. Sotto i riflettori c'è ovviamente l'operato di Benjamin Netanyahu. Le urne diventeranno una specie di referendum sul suo conto: il premier uscente ha reagito bene alla crisi oppure, al contrario, deve essere ritenuto responsabile di quanto successo? L'ultimo sondaggio diffuso da Channel 12 indica che il 45% degli intervistati considera il suo rivale più accreditato, Gadi Eisenkot, più adatto a ricoprire la carica di premier, contro il 33% che preferirebbe ancora Netanyahu. A pesare sulla posizione di Bibi è soprattutto il danno alla sua reputazione in materia di sicurezza dopo l'attacco subito da Israele. Certo, molti israeliani continuano a sostenere le operazioni militari contro Hamas, Hezbollah e Iran, ma la fiducia nella leadership di Netanyahu è sempre più bassa. A questo si aggiunge l'impopolarità della linea adottata dal suo governo sulle questioni legate ai rapporti tra religione e Stato.
In Israele si vota con un sistema parlamentare. I cittadini eleggono i 120 membri della Knesset con elezioni previste generalmente ogni quattro anni, anche se l'instabilità politica del Paese ha spesso impedito il completamento delle legislature. Gli elettori votano in ogni caso per le liste dei partiti, non per singoli candidati, e sono poi le forze politiche a negoziare alleanze per formare un governo di coalizione. Nei 78 anni di storia di Israele nessun partito è mai riuscito a conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Per governare servono almeno 61 deputati, un traguardo che attribuisce ai partiti minori un peso significativo nelle trattative. E ancora: per entrare in parlamento una lista deve superare la soglia di sbarramento del 3,25% dei voti. Netanyahu, per la cronaca, è il premier più longevo nella storia israeliana, visto che ha guidato il governo per oltre 18 anni complessivi, distribuiti in tre distinti periodi (in Israele non ci sono limiti di mandato).
La coalizione di Netanyahu riunisce il Likud, guidato dal premier, i partiti di ultradestra Otzma Yehudit e Sionismo Religioso e le forze religiose ultraortodosse Shas e Giudaismo Unito della Torah. Le opposizioni comprendono invece forze eterogenee, dal centrodestraa di Eisenkot al centro di Yair Lapid alla destra laica di Avigdor Lieberman, fino alla sinistra di Yair Golan. Il fine comune di quest'ultimo gruppo è chiaro: porre fine al governo Netanyahu, anche se le differenze su sicurezza, religione e questione palestinese tra le singole formazioni non possono essere ignorate. Con l'eventuale caduta di Netanyahu cosa succederà in Medio Oriente? Difficile da dire. Un governo guidato da Eisenkot continuerebbe a chiedere la cancellazione di Hamas nella Striscia di Gaza, anche se forse apparirebbe più propenso a trovare accordi o tregue, e continuerebbe a sostenere una linea dura contro Hezbollah (alcune operazioni in Libano potrebbero quindi proseguire). Simile il discorso sull'Iran. Dunque, un nuovo esecutivo israeliano potrebbe cambiare il modo in cui Tel Aviv conduce i conflitti e creare margini per potenziali intese, ma non cambierebbe affatto gli obiettivi finali del Paese. Cambiare tutto per non cambiare niente? Non proprio, ma quasi. Donald Trump, intanto, vorrebbe un governo israeliano di unità nazionale, con Netanyahu al potere per altri due anni supportato da Eisenkot.