Quando su MOW scrivevamo “occhio al PC di Alberto Stasi” mentre tutti parlavano degli ex del RIS convocati in Procura a Pavia, qualcuno ci aveva presi per matti. Poi, appena tutto c’è stato un po’ più chiaro, siamo usciti con un pezzo meno criptico (qui il link), spiegando che ben due relazioni del RIS del 2008 raccontavano enormi anomalie non solo sulle manomissioni da parte dei carabinieri della territoriale su quel PC, ma anche sulle letture successive da parte del RIS stesso, prima che i periti del giudice Vitelli, Porta e Occhetti, scoprissero nel 2009 quello che poteva essere tranquillamente scoperto mesi prima: Alberto Stasi aveva detto la verità circa il lavoro fatto al PC sulla sua tesi di laurea la mattina del 13 agosto 2007. Oggi ne parlano tutti, ma ormai ci siamo abituati.
Solo che noi, dopo averci studiato sopra ancora un po’ e dopo aver letto anche un documento pubblicato su La Bilancia in Discussione (qui il link) possiamo anche lasciare del tutto i freni: il destino mediatico e giudiziario di Alberto Stasi era scritto nelle omissioni e nelle sviste non solo per quanto riguarda la genetica, ma pure l’informatica. L’accusa è stata sorda rispetto a ogni segnale che non portasse nella direzione del “biondino con gli occhi di ghiaccio”. L’11 dicembre 2007, infatti, il RIS di Parma chiude la propria consulenza informatica sul portatile. Due giorni dopo, la stampa nazionale sbatte in prima pagina il dogma: l’alibi di Alberto crolla perché il computer, la mattina del delitto, sarebbe rimasto acceso per soli tre minuti, dalle 9.36 alle 9.39. Peccato che quei numeri sono buttati là. Nelle stesse conclusioni dei tecnici dell'Arma quei tre minuti non esistono. Quel valore appartiene unicamente a una riga del registro di sicurezza di Windows e la relazione stessa posizionava altre attività ben oltre quell'orario. Un’altra contraddizione a dir poco vistosa, comunque, sta già dentro la relazione del RIS del 2007, nello stesso documento. Il RIS spiega che quando si chiude Word normalmente, i file temporanei della tesi si cancellano da soli. Restano solo se il programma si blocca. Dopo il blocco delle 18.59 del 12, il RIS non trova più file temporanei, né la sera né la mattina del 13. Segno, secondo la sua stessa regola, che Word era stato chiuso normalmente. E invece ne deduce che dopo le 18.59 Stasi non abbia più lavorato alla tesi. E l'orario delle 10.17 del 13, che per il RIS stesso poteva essere un'apertura o una chiusura del file, diventa nelle sue conclusioni l'ora in cui Stasi avrebbe "smesso di lavorare". Tra le due ipotesi, sceglie la peggiore per Stasi. Senza spiegarne il motivo, e arrivando a scrivere, nella conclusione finale, che "si è accertato" che dopo le 10.17 al computer non c'era nessuno.
E, sia inteso, non è l’attività fatta da qualcuno che non era Stasi e da tutti ormai nota successiva al 13 agosto e confermata anche nel 2025 dall'allora comandante del RIS Aldo Mattei che metterà a verbale che il computer era compromesso dall'uso continuativo dell'Arma territoriale, “un'attività che aveva cancellato involontariamente alcuni dati informatici”. Nonostante la difesa avesse urlato fin dal febbraio 2008 la verità sullo standby e sulla chiusura anomala, il laboratorio del RIS scelse di blindare l’errore ignorando diciotto salvataggi della tesi concentrati esattamente in quella fascia oraria della mattina del 13 agosto che il RIS stesso aveva bollato come desertica e priva di interazione umana.
E il RIS cosa risponde nel febbraio 2008? Che il computer potrebbe essersi spento di colpo, per un blackout, un blocco o uno spegnimento forzato. Peccato che, in quel caso, Windows avrebbe annotato una nuova accensione. E nei registri che il RIS aveva in mano, tra il 12 sera e il 15 agosto, di nuove accensioni non ce n’è nemmeno una. Non solo. Nello stesso documento, poche pagine dopo, il RIS scrive nero su bianco che il file della tesi “è stato aperto in data 14.08.2007 alle ore 08.14", cioè quando il computer era già nelle mani dei carabinieri. Lo sapeva già allora. Un anno dopo ammetterà: "Ciò che non si è considerato affatto” era che fosse stato un carabiniere a chiudere il file, salvandolo.
La gestione dei reperti informatici si muove sul crinale dell’incredibile che fa incazzare anche quando si passa ai file di tipo diverso. Sulla ricerca dei dati negli spazi non allocati la contraddizione è totale: i file temporanei di Word prima non esistono per il RIS del 2007, poi compaiono, ma solo per il 12 agosto (trovati dalla parte civile, il colmo), ma non ci sono dopo le 10.17 del 13. Poi vengono ammessi, ma sono impossibili da datare (cosa che verrà invece fatta dai periti del giudice poco dopo). E in mezzo a questo delirio investigativo nessuno, prima dei periti, riesce a dimostrare quando siano state scritte le ultime due pagine della tesi di Stasi, mentre il RIS si lascia andare, nel 2009, a considerazioni che con una relazione rigorosamente tecnica c’entrano meno di niente, come l’ipotesi che Stasi avesse lasciato il computer acceso “per precostituirsi un alibi”.
E’ finita? No. E forse resta la parte più grave da raccontare: all’interno della relazione del RIS del 2007, che fa riferimento anche al procedimento per detenzione da parte di Stasi di un certo tipo di materiale, spunta un riferimento agghiacciante e totalmente decontestualizzato all'operazione R@y Gold, con tanto di articolo allegato direttamente nella consulenza che parla di un’operazione della Polizia Postale. Insomma, si tirano in ballo una rete di pedofili e lo sharing di file di qualche anno prima, ma senza alcun collegamento logico se non quello – che non è logico, ma forzato – di un tunnel verso cui tutto avrebbe dovuto incanalarsi per andare nell’unica direzione di un colpevole prescelto.