“Alberto Stasi, il solo indagato per l'omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco, non lavorò alla tesi di laurea la mattina del delitto. Lui ripete da quando è stato inquisito che quel giorno, il 13 agosto, passò la mattinata davanti al pc. La relazione che il colonnello Luciano Garofano ha portato di persona in procura dice invece che il 13 agosto il portatile di Alberto è rimasto acceso tre minuti (dalle 9.36 alle 9.39) per essere spento e poi riacceso dalle 10.15 fino alle 12.30” – Non siamo diventati matti, è il copiaincolla di un articolo del 13 dicembre 2007 del Corriere della Sera che iniziava esattamente con queste parole. Appena due giorni prima, l’11 dicembre, il RIS di Parma aveva consegnato sul tavolo della PM, Rosa Muscio, la consulenza sui dispositivi informatici sequestrati nell’ambito dell’inchiesta per l’omicidio di Chiara Poggi. Tra quei dispositivi, chiaramente, c’era il PC di Alberto Stasi con tutto quello che poi ne è conseguito sulla detenzione di un certo tipo di materiale e, soprattutto, sulla narrazione di “un alibi smontato” che invece c’era.
Tralasciando il fatto che basta fare una semplicissima ricerca sul web per capire che qualcuno, dopo quell’11 dicembre, s’era sperticato a parlare con i giornali (si trovano articoli di ogni tipo e tutti con le stesse identiche parole e gli stessi identici passaggi), è tutto quello che è avvenuto dopo a dover essere letto – adesso – in maniera differente. Perchè è vero che, nel 2009, i consulenti del giudice Vitelli, Porta e Occhetti, fecero emergere nel processo per l'omicidio di Chiara Poggi la certezza che Alberto Stasi aveva raccontato il vero e che l’alibi c’era, ma è vero anche che il RIS di Parma, almeno fino a quella scoperta da parte dei due periti, aveva provato a tenere il punto in ogni modo. Anche davanti ai dubbi sollevati dall’allora avvocato Giarda in seguito a una consulenza informatica.
Ma andiamo per ordine. Il 28 febbraio 2008, dal Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri di Parma partono due relazioni firmate dal Capitano Aldo Mattei (quello di cui tutti i media cercano la SIT, a buon intenditor…ndr) e dall'Appuntato Scelto Saverio Paolino. Un’anomalia burocratica già di per sé singolare (altro procedimento?): due relazioni con lo stesso numero, ma identificativi invertiti e protocolli differenti corretti a penna, depositati nello stesso giorno alla Procura di Vigevano, speculari per ampi tratti ma apparentemente nati per rispondere a due quesiti formalmente distinti avanzati dal pm Rosa Muscio. La prima relazione si concentra principalmente sulle presunte immagini pedopornografiche (Alberto Stasi fu poi assolto dall’accusa di detenzione di quel tipo di materiale); la seconda punta invece proprio all’alibi di Alberto Stasi, ovvero l'analisi dell'uso del computer portatile Compaq il 12 e il 13 agosto 2007. Solo che della prima si trova facilmente il documento con il quesito della PM Rosa Muscio, del secondo, invece, non si trova niente (speriamo per incapacità di chi firma questo articolo o perché fa riferimento a altro procedimento del tempo). È comunque nel confronto tra questi due testi che rischia di emergere un’altra imbarazzante crepa di tutta la gestione degli allora uomini del RIS di Parma.
Di fronte alla memoria depositata dai legali di Stasi — con l'allegata consulenza dell'esperto Enrico Cerati che apriva a molti dubbi — i carabinieri del RIS insistono sullo smontare l'alibi di Stasi. La difesa sosteneva che Alberto avesse lavorato alla tesi di laurea fino alla tarda mattinata del 13 agosto, lasciando poi il computer in standby prima di recarsi a casa di Chiara Poggi, come dimostravano anche le quattro pagine aggiunte al documento MS Word rispetto ai salvataggi della sera precedente. Per smontare questa tesi, i periti dell'Arma si avventurarono in un articolato contro-ragionamento tecnico: accusando il consulente di parte di non aver considerato l'ora legale nei log di sistema, provando a spiegare come i file temporanei “.tmp” di Word salvino solo la versione precedente del testo — sostenendo quindi che quelle quattro pagine potessero essere state scritte già prima delle 18:56 del 12 agosto — e derubricando le obiezione difensive a meri errori d'analisi.
Ma è proprio nell'inseguire la tesi accusatoria che i tecnici del RIS finiscono per mettere nero su bianco l'ammissione più devastante: il computer di Stasi, dopo essere stato sequestrato la mattina del 14 agosto 2007, è stato riacceso, aperto, navigato e maneggiato ripetutamente dagli uomini della Polizia Giudiziaria della territoriale fino al 29 agosto. Senza l'uso di copie forensi, senza le protezioni hardware necessarie per legge e al di fuori di ogni contraddittorio. Insomma, il RIS sapeva che qualcuno aveva fatto un casino clamoroso su quel PC, ma ha minimizzato.
Solo che nel tentativo di minimizzare l'effetto di questo macello procedurale, il RIS scriveva anche che "non è altrettanto vero che i risultati ottenuti in seguito si debbano ritenere errati" e si arrampicava sugli specchi spiegando che l'assenza di un registro di spegnimento regolare al 14 agosto poteva derivare da un crash hardware o da una mancanza di corrente. La sostanza però non cambia: gli stessi investigatori scientifici sapevano perfettamente che su quel computer era stato compiuto un sacrilegio forense. Ma a dirlo sono stati, solo nel 2009 e quindi un anno dopo, i periti Porta e Occhetti nominati dal giudice di Primo Grado. Scusate, ma adesso anche quei numeri corretti a penna, quei protocolli invertiti, quei quesiti che non si trovano, un pensiero in più lo fanno venire, soprattutto dopo tutta la storiaccia degli accertamenti sul DNA negativi e mai sottoposti al PM di allora. E ancora di più dopo aver riletto gli articoli imboccati da qualcuno che uscirono tra il 13 e il 14 dicembre 2007 sull’alibi di Stasi.