Luciano Garofano e cinque minuti. Non quelli di nuzziana memoria contro l’avvocato Gallo, col muso a muso e il ditino alzato. Ma Cinque minuti, più l’appendice di Porta Porta, nei salotti a basso contraddittorio di Bruno Vespa, per provare a sistemare a botte di avverbi (che manco un Barzan qualsiasi) un ventennio di dubbi. Luciano Garofano, l’ex grande capo del RIS di Parma, è salito sul palco televisivo rivendicando “onestà” e scagliandosi contro quella che ha definito una “vergognosa campagna di delegittimazione” ai danni suoi e dei suoi uomini dell'epoca. Un'invettiva vibrante. Teatrale. Quasi toccante. Se non fosse che a attendere l'ex comandante del RIS fuori dagli studi non c'erano gli inquisitori del web con cui se la prende tanto, ma i faldoni di un'inchiesta della Procura di Pavia che ipotizza scenari ben più prosaici.
Nel ritorno televisivo da Vespa, il copione ha seguito un binario logico quantomeno singolare. Quando l'intervistatore ha chiesto conto degli accertamenti del settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi — quelli in cui un'iniziale presenza di DNA riconducibile a Chiara Poggi venne seguita, nelle due corse successive del giorno dopo, da esiti del tutto nulli —, la spiegazione scientifica si è trasformata in un capolavoro di acrobazia semantica. “È improprio parlare di esiti discordanti - ha chiarito l'ex generale - perché le corse del 20 erano completamente nulle”. Come se l'assenza totale di riscontro dopo un primo presunto segnale non fosse, per l'appunto, una discordanza teorica e pratica da mettere negli atti, nero su bianco, a disposizione della PM, Rosa Muscio.
Sull’argomento, la memoria d’acciaio di un uomo che di Garlasco ha parlato per vent’anni, che aveva fatto di tutto per entrare nella villetta di Via Pascoli, che è stato consulente di un indagato e che negli studi televisivi e nelle conferenze di mezza Italia sembrava ricordare ogni dettaglio ha ceduto il passo a una serie di dubbi che hanno evocato i tanti, troppi, “non ricordo” detti davanti a chi, appena qualche settimana fa, lo ha ascoltato a sommarie informazioni testimoniali. “Dopo 19 anni non si ricordano tante cose – ha detto, aggiungendo che “è presumibile che io conoscessi questi risultati”. Lo stesso Vespa c’è rimasto un po’ così, senza la prontezza che aveva quando la cronaca nera era, evidentemente, un plastico e una qualche verità da portare su quelle poltrone in barba (o in Barbaini?) alla verità vera che ancora si doveva trovare del tutto. O verificare del tutto e a dovere. Una risposta singolare per chi, da quasi quattro lustri, frequenta settimanalmente i salotti della cronaca nera e sul caso ha persino dato alle stampe volumi saggistici.
I volumi della magistratura pavese raccontano, invece, una storia diversa dal semplice e umano buco di memoria. C'è un fascicolo parallelo che ipotizza depistaggi e persino una rete di corruzione intorno all'archiviazione di Andrea Sempio. Tra quelle carte spuntano verbali, ombre su atti riservati usciti dagli uffici giudiziari e finiti su scrivanie in cui non dovevano essere. Sì, come ha scritto Rita Cavallaro su IlGiornale, ci sono pure scritti legati alla figura del sostituto procuratore generale Laura Barbaini. Carte riservatissime che, secondo la ricostruzione dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano, sarebbero uscite impropriamente dalla stanza della Barbaini per approdare direttamente su una scrivania di Parma. Un asse d'acciaio tra chi spingeva per l'archiviazione del nuovo indagato e chi, da ex capo dell'organo d'investigazione scientifica fino al 2009, si era trasformato nel 2016, silenziosamente fino al 2025, in un consulente della difesa Sempio?
Di fronte a un magistrato come Stefano Civardi che contesta senza troppi giri di parole la regia dietro certi passaggi di consegne, il tentativo di liquidare diciannove anni di storte procedurali con l'orgoglio del corpo e il classico colpo di spugna del "tempo che passa" appare, lasciatecelo dire, di una tristezza terribile. E fa incazzare. Nessuno formula giudizi di colpevolezza prima del tempo, ci mancherebbe. Ma l’intoccabilità dovrebbe essere roba superata persino in quei salotti televisivi che restano uguali da decenni e che forse sono stati la radice e la culla, alimentate a suon di ospitate, di quei processi mediatici (e gognatici) per i quali oggi chi si ritrova dall'altra parte si scandalizza e si indigna.