L’importanza di essere Muto. Anzi, di nascere Muto. Perché nell’inchiesta della Commissione bicamerale presieduta dall’onorevole Vinci di presunti Antonio Muto ce n’è uno, forse, ma non si capisce bene di chi si tratti, o se esista davvero. Quello convocato a Palazzo San Macuto è un imprenditore mantovano che era stato coinvolto nell’inchiesta Pesci della Dda di Brescia in quanto identificato come presunto punto di contatto tra i Grandi Aracri e la Lombardia, ma poi assolto dalle accuse di associazione mafiosa. Questo signor Muto nega di essere la persona presumibilmente incontrata dall’avvocato Luca Goracci verso la fine di marzo 2016 la quale gli avrebbe raccontato, riferisce lui, che proprio il 6 marzo 2013 avrebbe dovuto incontrare David Rossi e di averlo trovato morto. Ma chi è l’Antonio Muto imprenditore mantovano, assolto nel procedimento Pesci e nato nel 1962?
(Aguzzate la mente, perché qui la faccenda si complica)
Non certo l’Antonio Muto, nato nel 1955, condannato il 7 maggio 2022 a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa nel processo Aemilia (quello sull’ndrangheta in Emilia e che coinvolse anche il Muto del 62, poi assolto per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nel distinto procedimento Pesci, non in Aemilia) a cui vennero sequestrati beni per circa 8,5 milioni di euro. Per la Dia era lui a coltivare i rapporti con le istituzioni locali per favorire l’espansione economica del gruppo.
Non stiamo parlando, però, nemmeno dell’Antonio Muto nato nel ’78, fratello di Salvatore e Luigi (condannato a 12 anni per associazione mafiosa sempre nel processo Aemilia), nonché cugino dell’Antonio Muto nato nel 1955 di cui vi abbiamo appena parlato. Era lui, però, il referente diretto di Nicolino Grande Aracri, il boss della cosca ‘ndranghetista al centro dell’inchiesta della Dda di Bologna, oltre ad essere il punto di raccordo tra il vertice calabrese e l’organizzazione criminale insediatasi al nord. Nello stesso processo, infatti, viene condannato a 11 anni e 4 mesi.
E no, caro lettore, non ci dobbiamo nemmeno confondere con l’Antonio Muto nato nel 1971, fratello di Cesare. Compaiono entrambi sia nel processo Aemilia che nel filone Grimilde della procura di Bologna, relativo alle infiltrazioni della 'ndrangheta in Emilia-Romagna, con particolare riferimento al ramo dei Grande Aracri guidato da Francesco, fratello del boss Nicolino, e alle attività economiche, alle intestazioni fittizie di società e al trasferimento fraudolento di beni, in cui Cesare viene condannato a 2 anni e 8 mesi nel febbraio 2025. Ecco, ma tornando a suo fratello Antonio, questi operava nel settore degli autotrasporti e degli immobili a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia e, secondo gli atti di Aemilia, utilizzava le proprie imprese in favore ai Grande Aracri. Anche lui viene condannato in questo processo 8 anni e 6 mesi anche per associazione mafiosa. La sua pena diventa definitiva il 26 febbraio dell’anno scorso. Nel marzo 2023 gli vengono confiscati beni per 11 milioni di euro. Cinque aziende, 23 immobili, 92 veicoli e nove rapporti bancari tra Reggio Emilia, Parma, Crotone e Mantova. Sì, Mantova. Sempre lo stesso Antonio Muto era socio d’affari nel commercio di sabbia e ghiaia con Giuseppe, detto Pino, Giglio noto alle recenti cronache come il collaboratore di giustizia dei processo Aemilia e Grimilde ascoltato dalla Commissione d’inchiesta su David Rossi in audizione secretata. Con lui, Muto aveva anche rapporti finanziari legati alla gestione di alcune discoteche in Emilia Romagna. Affari che coinvolgevano Salvatore Grande Aracri, nipote del boss Nicolino. Questo Giuseppe Giglio, tra l’altro, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese (anche lui ascoltato a Palazzo San Macuto a maggio 2026), aveva rapporti con ambienti bancari a Viadana. La cittadina del mantovano nella quale si trovava la filiale bancaria a cui riconduceva il numero contenuto nel cellulare di Rossi al momento della sua morte, corrispondente ad un certificato di deposito al portatore.
Ci riferiamo all’Antonio Muto, nato nel 1962 a Cutro e imprenditore edile nel Mantovano che finisce coinvolto nell’inchiesta Pesci della Dda di Brescia perché gli investigatori sospettano che lui sia un referente economico della cosca Grande Aracri in Lombardia. Il collaboratore di giustizia Antonio Valerio, durante il processo, aveva raccontato di aver visto nell’agosto 2011 Antonio Muto uscire dall’abitazione di Nicolino Grande Aracri a Cutro. Secondo quanto gli sarebbe stato riferito, poi, Muto in tal caso si sarebbe recato dal boss per parlare di alcuni lavori a Mantova. Peccato che l’ipotesi accusatoria non regge in giudizio e il 28 aprile 2017 Muto viene assolto nel processo Pesci. Muto, sempre questo Muto, ad ogni modo ebbe più contatti accertati con Monte dei Paschi. Nel maggio 2012 veniva accompagnato dall’ex senatore democristiano Franco Bonferroni, e da un ex dipendente Mps, nella sede centrale del Monte a Siena al fine – secondo gli inquirenti di Brescia – di sbloccare alcuni finanziamenti destinati alle sue attività immobiliari nel mantovano. Nel luglio dello stesso anno, poi, Muto, sempre in compagnia di Bonferroni, tornano a Siena per incontrare direttamente Fabrizio Viola, allora amministratore delegato di Mps. Secondo l’informativa di cui riporta il contenuto il Fatto Quotidiano, Muto avrebbe sollecitato la definizione di un finanziamento da 600 mila euro e si sarebbe interessato all’avanzamento professionale di un dirigente della banca nel Mantovano. Va specificato che questo incontro non è stato oggetto di contestazioni penali nei confronti di Viola. Questo Antonio Muto, però, il 22 settembre ha negato in Commissione d’inchiesta di essere quella persona che avrebbe raccontato a Luca Goracci – dunque un racconto de relato il suo e non accertato – di quel lontano 6 marzo 2013 in cui avrebbe dovuto incontrare proprio David Rossi, alle ore 18, nella sede centrale del Monte. Questa persona identificatasi come Antonio Muto – dice a Goracci – quel giorno sarebbe arrivato grande ritardo all’appuntamento. Alle 19 e 50, nei pressi del vicolo Monte Pio, dove avrebbe trovato, nel racconto, il manager già morto, defenestrato dal terzo piano del suo ufficio. A quel punto tre o quattro persone lo avrebbero aggredito. A quel punto, dice Goracci, lui riesce a scappare e addirittura sente esplodere un colpo di pistola durante la fuga. Tutte affermazioni, fino ad ora, mai accertate.